E' alle battute finali il processo sul caso di Catia Viscomi, l'oncologa in coma dopo aver dato alla luce il suo bambino

 di GABRIELLA PASSARIELLO

Ha chiesto due condanne il pm Deborah Rizza al termine della requisitoria sul caso di Catia Viscomi, l’oncologa in coma da circa tre anni dopo aver dato alla luce il 17 maggio 2014 con un parto cesareo  il suo primo figlio all’ospedale Pugliese- Ciaccio di Catanzaro. Una gioia quella di diventare mamma che aveva sempre desiderato, ma che il destino non le ha permesso di vivere concretamente nemmeno per un istante. Non ha ancora potuto provare l’emozione di conosce il viso del suo piccolo Aldo né si sa se potrà mai accarezzarlo, mentre si trova in quel letto di ospedale sospesa tra la vita e la morte. Il pubblico ministero ha invocato per il ginecologo Francesco Quintieri e il direttore dell’Unità operativa di Anestesia e Rianimazione del nosocomio Mario Verre, entrambi giudicati con rito abbreviato, 2 anni e 8 mesi di reclusione ciascuno. Si ritornerà in aula il prossimo 2 febbraio, quando inizieranno le arringhe difensive dei legali Antonietta Denicolò e Giuseppe Incardona, per proseguire il 12 febbraio con la discussione del legale Enzo Ioppoli.

Catanzaro Ospedale Pugliese-CiaccioSecondo le ipotesi accusatorie, Quintieri , che risponde di lesioni e falso ideologico non avrebbe impedito all’anestesista in servizio (poi deceduta) la disattivazione delle apparecchiature, attestando nella cartella clinica circostanze contrarie al vero. Verre, la cui posizione si è aggravata per la richiesta formulata in aula dalla Procura di contestare all’imputato anche le lesioni personali colpose, avrebbe indebitamente rifiutato “ di inibire parzialmente o totalmente l’esercizio delle funzioni alla stessa anestesista". Entrambi si trovano a processo da quando il gip Giuseppe Perri respinse la richiesta della Procura di archiviare il caso per l’intervenuto decesso dell’unica indagata, l’anestesista presente al parto, disponendo a carico della Procura  un supplemento di indagini per chiarire una vicenda che appariva fin dall’inizio coperta da tante ombre.  E da qui l’iscrizione nel registro di altri due indagati. Non sono stati vani i continui appelli dei familiari della vittima che fin dall’inizio e non solo all’interno dell’aula a porte chiuse di Palazzo Ferlaino,  si sono opposti alla richiesta di chiudere un caso, manifestando finanche sotto la sede della Procura, urlando giustizia per la figlia, la moglie, l’amica che da quella anestestia non si è più svegliata, così come ha urlato giustizia, durante una fiaccolata, la comunità di Soverato, dove Catia è sempre vissuta.  Tutti uniti nel pronunciare il suo nome, gridando: “Catia non mollare, non sei sola”, nella speranza che possa riaprire gli occhi e riabbracciare suo figlio.