Il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (SAPPE) denuncia un grave episodio di violenza avvenuto il 1° luglio nel Reparto detentivo dell’Ospedale di Vercelli, dove un detenuto di origine nordafricana ha aggredito brutalmente un agente di 43 anni, originario di Sibari, nel Cosentino.

Secondo quanto riferito dal segretario regionale del SAPPE Piemonte, Vicente Santilli, l’agente stava semplicemente autorizzando il detenuto a uscire dalla stanza per recarsi in bagno quando l’uomo lo ha aggredito all’improvviso con particolare violenza.

Il poliziotto ha riportato gravi lesioni con oltre 30 giorni di prognosi, un gesso e collare cervicale. Durante l’aggressione, il detenuto avrebbe pronunciato espressioni di natura religiosa come “Allah Akbar”, richiamando alla memoria parole d’ordine del fondamentalismo islamico.

«È del tutto evidente che così non si può più lavorare», denuncia Santilli. «Oltre alle continue minacce verbali e agli insulti, ora dobbiamo registrare anche il richiamo a parole d’ordine di un fondamentalismo islamico becero e violento. La Polizia Penitenziaria deve poter lavorare in sicurezza, nelle carceri e negli ospedali. Servono norme severe e intransigenti contro ogni atto violento commesso verso chi, in uniforme, rappresenta lo Stato».

L’intervento tempestivo di altri agenti ha permesso di contenere la situazione, mentre il personale sanitario è poi intervenuto somministrando un trattamento farmacologico al detenuto.

Sulla vicenda è intervenuto anche Donato Capece, segretario generale del SAPPE, che ha sottolineato i rischi legati alla radicalizzazione violenta all’interno degli istituti penitenziari italiani. «La minaccia terroristica di matrice internazionale è da tempo associata al fatto che le carceri possano costituire un bacino di reclutamento, favorito dall’affollamento e dall’assenza di punti di riferimento esterni», ha spiegato Capece.

Ha poi ricordato che il Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria monitora quotidianamente situazioni di disagio e vulnerabilità che possono favorire il proselitismo jihadista. «Dal disagio al rischio radicalizzazione il passo è breve. Anche se gli accertamenti chiariranno la reale natura della minaccia – se autentica o semplice emulazione – resta alta l’allerta sul fenomeno del proselitismo fondamentalista nelle carceri. È fondamentale continuare a monitorare queste dinamiche per scongiurare pericolosi fenomeni di reclutamento tra i detenuti».

Capece ha inoltre evidenziato come la presenza di detenuti stranieri in Italia resti significativamente alta, un fattore che, se non gestito con attenzione e professionalità, può alimentare fenomeni di radicalizzazione. «La Polizia Penitenziaria – conclude Capece – attraverso gruppi specializzati e preparati monitora costantemente la situazione. Ma servono risorse e politiche adeguate per affrontare un problema che riguarda la sicurezza di tutti».