Lo Stato dovrà risarcire un vibonese arrestato in “Rinascita Scott”: "Fu vittima, non indagato" (NOME)
La sentenza: errore grave nell’ordinanza cautelare e nella gestione dell’inchiesta. L’uomo era stato assolto “per non aver commesso il fatto”

Il Presidente del Consiglio dei Ministri dovrà risarcire Matteo Famà, cittadino di Pizzo, per i danni subiti a seguito di condotte e provvedimenti giudiziari ritenuti viziati da colpa grave nell’ambito dell’inchiesta “Rinascita Scott”, la maxi-operazione della DDA di Catanzaro che il 19 dicembre 2019 portò all’arresto di 334 persone, tra cui lo stesso Famà. È quanto stabilito dalla sentenza della Prima Sezione del Tribunale Civile di Salerno del 28 maggio 2026, nel procedimento in cui l’uomo è stato assistito dall’avvocata Brunella Chiarello.
La decisione chiude, almeno sul piano civile, una vicenda lunga quasi dieci anni che ha segnato profondamente la vita del cittadino di Pizzo: da vittima di una brutale aggressione a indagato, poi arrestato, detenuto per 21 giorni e infine imputato, fino all’assoluzione piena con formula “per non aver commesso il fatto”.
La domanda risarcitoria non si è limitata all’indennizzo per ingiusta detenzione, ma ha riguardato anche il danno da responsabilità civile dei magistrati, secondo quanto previsto dalla legge Vassalli. L’azione è stata infatti incardinata contro la Presidenza del Consiglio dei Ministri, unico soggetto legittimato passivo in questi casi, con possibile rivalsa sui magistrati nei casi previsti dalla normativa. Un impianto giuridico che, nella pratica, rende estremamente raro l’accoglimento di domande di questo tipo.
Gli antefatti: l’aggressione a Pizzo
La vicenda nasce il 2 agosto 2017 a Pizzo, dove un gruppo di giovani vibonesi aggredisce alcuni ragazzi del posto all’interno e all’esterno di un panificio. Le telecamere di videosorveglianza documentano l’intera scena. Tra le persone colpite c’è anche Matteo Famà, che risulta essere una delle vittime dell’azione violenta e viene successivamente identificato come persona offesa anche nell’informativa dei Carabinieri.
Le indagini della Procura di Vibo Valentia portano all’iscrizione degli aggressori per rapina ai danni dello stesso Famà.
La svolta nell’inchiesta
Il fascicolo viene poi trasmesso alla DDA di Catanzaro, nell’ambito dell’indagine “Rinascita Scott”. Ed è qui che la posizione di Famà cambia improvvisamente: da persona offesa diventa indagato per rissa aggravata, fino a essere incluso nel maxi-procedimento antimafia. Nel marzo 2019 la DDA, nelle richieste cautelari, lo indica inizialmente come vittima, ma pochi mesi dopo arriva una rettifica per “errore materiale” e il suo nome viene inserito tra i destinatari della misura.
All’alba del 19 dicembre 2019, Famà viene arrestato insieme ad altre 334 persone. Dopo 21 giorni, il Tribunale del Riesame lo rimette in libertà, riconoscendo chiaramente la sua estraneità ai fatti e definendolo vittima dell’aggressione. La Procura non impugna l’ordinanza. Nonostante ciò, il procedimento prosegue fino al rinvio a giudizio, poi al rito abbreviato e infine all’assoluzione definitiva, richiesta anche dalla stessa accusa.
La sentenza di Salerno
Nel pronunciarsi sul risarcimento, il Tribunale civile di Salerno ha riconosciuto la colpa grave sia del GIP di Catanzaro sia dei magistrati della DDA. Sul giudice per le indagini preliminari, la sentenza è particolarmente severa: è stato affermato un fatto “in contrasto con gli atti del procedimento”, attribuendo a Famà un coinvolgimento mai supportato dalle prove, nonostante egli risultasse chiaramente solo come vittima. Inoltre, il provvedimento restrittivo risulterebbe privo di adeguata motivazione sulle esigenze cautelari.
Il Tribunale sottolinea anche la mancata revoca della misura nonostante le richieste difensive e il parere del Riesame, che avrebbe dovuto determinare un immediato ripensamento del quadro cautelare. Analoghe censure vengono rivolte alla DDA di Catanzaro, che secondo i giudici avrebbe dovuto sin dall’inizio escludere qualsiasi ipotesi di responsabilità penale a carico di Famà e successivamente chiedere l’archiviazione, soprattutto dopo la mancata impugnazione dell’ordinanza liberatoria e l’assenza di nuovi elementi probatori.
Il principio affermato
La sentenza non si limita al caso individuale, ma ribadisce un principio di sistema: la responsabilità civile dei magistrati nei casi di colpa grave, secondo la legge Vassalli, resta uno degli strumenti più rigorosi e raramente applicati dell’ordinamento.
Per Matteo Famà si chiude così una vicenda giudiziaria complessa: arrestato da innocente, detenuto per tre settimane e poi completamente assolto. Una storia che il Tribunale di Salerno ha ora ricondotto a un errore grave dello Stato, riconoscendo il diritto al risarcimento.
Una decisione che, al di là del caso concreto, riporta al centro un tema delicato: l’equilibrio tra l’azione investigativa e la tutela dei diritti fondamentali della persona. E il confine, spesso sottile, tra errore giudiziario e responsabilità istituzionale.
