«Così ho ucciso mio padre». È il passaggio centrale dei verbali del collaboratore di giustizia Walter Loielo, che agli inquirenti ricostruisce nei dettagli l’omicidio del padre Antonino, avvenuto tra le campagne e i boschi di Gerocarne, spiegandone motivazioni, dinamica e successive fasi di depistaggio. Per quel fatto Loielo è stato condannato in primo grado, nel 2024, a 20 anni di reclusione.

Nel racconto agli atti dell’inchiesta contro il clan Loielo (per come riporta “il Quotidiano del Sud”) il collaboratore descrive il padre come un “padre-padrone” e riferisce di aver maturato la decisione dopo anni di presunte violenze, soprattutto nei confronti dei fratelli. Un odio, secondo quanto verbalizzato, covato fin dall’adolescenza, quando lui e i fratelli sarebbero stati allontanati da casa e ospitati in un istituto religioso.

Il progetto omicidiario, sempre secondo il racconto, prende forma dopo ulteriori episodi di tensione familiare. Loielo riferisce anche di aver parlato dell’idea con altri soggetti, prima di procedere autonomamente al reperimento delle armi e all’organizzazione dell’agguato.

Il giorno dell’omicidio, il padre viene attirato con la scusa di visionare della legna in aperta campagna, in un’area isolata. È lì che, secondo la ricostruzione del collaboratore, i due fratelli avrebbero aperto il fuoco. «Ho iniziato a sparare e anche Ivan», si legge nei verbali, con il padre colpito mentre tentava di fuggire.

Dopo l’uccisione, i due avrebbero sottratto effetti personali della vittima e cercato di cancellare le tracce. Il corpo viene poi nascosto tra la vegetazione e successivamente seppellito in una fossa scavata nel bosco, dopo essere stato trasportato con un veicolo. Parallelamente, viene messa in atto una messinscena per simulare un allontanamento volontario dell’uomo, nel tentativo – sempre secondo quanto dichiarato – di depistare eventuali indagini.