Processo a Salvatore Mancuso, atti da Vibo a Dda Catanzaro
di GIUSEPPE BAGLIVO
Restituzione degli atti al pm per trasmissione alla Dda di Catanzaro per competenza. Questa la decisione del Tribunale monocratico di Vibo Valentia, presieduto dal giudice Monica Lucia Monaco, nel processo a carico di Salvatore Mancuso, 48 anni, di Limbadi, da un paio di anni residente a Giussano, in Lombardia. Il pm della Procura di Vibo, Michele Sirgiovanni, aveva chiesto al Tribunale la modifica del capo di imputazione nei confronti di Salvatore Mancuso, contestando pure le modalità mafiose nella commissione del reato e qualificandolo come estorsione anzichè furto. Da qui l’accoglimento della richiesta del pm da parte del Tribunale e la conseguente dichiarazione di incompetenza territoriale. Processo sospeso, quindi, e trasmissione di tutti gli atti alla Dda di Catanzaro. L’originario capo di imputazione per il quale Mancuso si trovava sotto processo dinanzi al Tribunale monocratico di Vibo era quello di furto di beni esposti per necessità alla pubblica fede a Limbadi. In particolare, il furto riguarda 53 aste di perforazione, una punta per trivella ed un occhiello in ferro filettato. Si tratta di una contestazione emersa nell’ambito di un filone investigativo dell’inchiesta denominata “Ultimo Incanto” condotta sul campo dalla Squadra Mobile di Vibo Valentia, all’epoca diretta da Maurizio Lento e dal suo vice Emanuele Rodonò. Parte lesa nella vicenda giudiziaria che interessa Salvatore Mancuso, difeso dall’avvocato Francesco Sabatino, è l’imprenditore vibonese Salvatore Barbagallo, attuale testimone di giustizia. L’intera operazioe “Ultimo Incanto” della Squadra Mobile di Vibo era poi scattata, con il coordinamento della locale Procura, il 13 maggio 2010 contro un “sistema” di aste giudiziarie truccate ed irregolari.
Salvatore Mancuso è figlio di Ciccio Mancuso, ritenuto il capo storico della "famiglia", deceduto il 17 agosto 1997 per un male incurabile. Si tratta dello stesso Francesco, "Ciccio", Mancuso, che nel 1983 si candidò alla carica di consigliere comunale nel Comune di Limbadi risultando il secondo degli eletti pur essendo latitante. L’allora presidente della Repubblica, Sandro Pertini, appresa la notizia, sciolse d’autorità quel Consiglio comunale subito dopo le elezioni impedendo che si insediasse. Si trattò di fatto del primo scioglimento per mafia in Italia di un Consiglio comunale, pur non esistendo all’epoca una legge sullo scioglimento per infiltrazioni mafiose degli enti locali.
Salvatore Mancuso, non è nuovo alle cronache giudiziarie. E’ stato infatti già condannato dal Tribunale di Monza per usura, reati legati agli stupefacenti e detenzione illegale di un consistente arsenale di armi da guerra rinvenuto in un box di Seregno. Il Tribunale di Monza aveva poi trasmesso gli atti alla Procura di Milano per procedere contro Mancuso per il reato di associazione a delinquere finalizzata alla truffa, mentre la Dda di Catanzaro l’aveva tratto in arresto per due episodi di estorsione aggravata dalle modalità mafiose nell’ambito dell’operazione “Time to Time”, scattata nel 2010.
