Non è più solo una questione di liste d’attesa infinite: qui siamo davanti al naufragio totale del rispetto per il cittadino. La storia di C.P., 58enne di Nicotera, portata alla luce dal Quotidiano del Sud, è l'emblema di una sanità che non solo non cura, ma umilia chi ne ha bisogno.

Tutto inizia il 30 settembre 2024. Un uomo chiede una semplice visita endocrinologica di controllo. La risposta del sistema è già una sconfitta: "Torni a marzo 2026". Diciotto mesi di attesa, un tempo infinito durante il quale una patologia può degenerare o aggravarsi. Eppure, con rassegnazione civica, il paziente accetta i tempi biblici della burocrazia vibonese.

Il vero schiaffo arriva nel giorno dell'appuntamento. Dopo aver chiesto un permesso sul lavoro e aver affrontato il viaggio verso l’ambulatorio di via Moderata Durant, l'uomo si è sentito dire che la sua visita era stata cancellata e spostata al 3 agosto 2026.

Il tutto è avvenuto nel silenzio più totale: nessuna telefonata, nessun avviso, nessuna scusa. Un rinvio unilaterale deciso negli uffici e comunicato solo a chi, dopo due anni di attesa, si è presentato convinto di poter finalmente esercitare il proprio diritto alla salute. "È un'incredibile sorpresa che ha colpito non solo me, ma anche altri pazienti presenti," ha denunciato l'uomo.

Ciò che emerge dal racconto del Quotidiano del Sud è un quadro di disorganizzazione cronica. Non si tratta solo del "danno" di un servizio che non funziona, ma della "beffa" di una gestione che ignora le basi del rapporto con l'utente. Se la sanità pubblica non è in grado di garantire una visita in tempi umani, dovrebbe almeno avere la decenza di avvisare i cittadini prima che questi perdano giornate di lavoro e ore di vita in inutili pellegrinaggi verso ambulatori che chiudono le porte in faccia.