Reddito di cittadinanza a condannato per 'ndrangheta: a processo 49enne (NOME)
L’esponente del clan è finito nuovamente nel mirino della giustizia per aver omesso la propria condanna definitiva nella domanda per il sussidio
Una nuova ombra giudiziaria si allunga sulla famiglia Raso, nome tristemente noto alle cronache giudiziarie del Nord Italia per il pesante coinvolgimento nell'inchiesta antimafia "Alto Piemonte". Giovanni Raso, 49 anni, residente a Cavaglià, è stato rinviato a giudizio con l'accusa di aver percepito indebitamente il reddito di cittadinanza.
Secondo quanto emerso dalle indagini e riportato dal quotidiano La Stampa, l'uomo avrebbe ottenuto il beneficio statale omettendo di dichiarare nella domanda una circostanza ostativa fondamentale: la condanna definitiva per associazione di stampo mafioso subita nel 2020. Raso, difeso dall'avvocato Francesco Alosi, si ritrova ora a dover rispondere di questa condotta davanti ai giudici, sollevando non pochi interrogativi sulla trasparenza e sull'efficacia dei filtri di controllo all'atto dell'erogazione dei fondi pubblici.
La vicenda si inserisce in un contesto criminale ben più ampio e consolidato. Giovanni Raso è un elemento di spicco di una dinastia che per anni ha fatto sentire la propria influenza tra le province di Biella, Vercelli, Novara e Torino. Il padre, Antonio Raso, era considerato il vertice della "locale" di Santhià, un'organizzazione che l'inchiesta "Alto Piemonte" ha descritto come una struttura tentacolare dedita a estorsioni, traffico di stupefacenti, usura e detenzione di armi.
Proprio in quell'operazione, chiusasi nel 2016 e supportata dalle cruciali rivelazioni del collaboratore di giustizia Cosimo Di Mauro, emersero episodi inquietanti come il sequestro di un imprenditore nel 2010 e infiltrazioni persino nel mondo del calcio e del bagarinaggio legato alla Juventus. Le sentenze successive avevano sancito pene pesanti per l'intero nucleo familiare: 13 anni e 10 mesi per il capoclan Antonio, 8 anni e 7 mesi per il figlio Giovanni (detto "Rocco") e quasi 7 anni per l'altro fratello, anch'egli di nome Giovanni.
Il nuovo procedimento a carico di Raso per il reddito di cittadinanza rappresenta un paradosso istituzionale: un soggetto già riconosciuto colpevole di reati associativi di massima gravità è riuscito ad accedere a una misura di sostegno al reddito, presentando un'autodichiarazione che non teneva conto dei suoi trascorsi penali. La vicenda riapre inevitabilmente il dibattito sulla necessità di una verifica incrociata più rapida ed efficiente tra le banche dati giudiziarie e gli enti erogatori, per evitare che il sostegno pubblico venga percepito da chi, per legge, ne sarebbe dovuto rimanere escluso.
