Trentuno a processo: la rete della ’ndrangheta si muoveva tra droga e affari (NOMI)
Le indagini avrebbero documentato un sistema organizzato per la gestione del traffico di droga, con il controllo di diverse piazze di spaccio e collegamenti con circuiti criminali anche su scala internazionale
Un nuovo fronte giudiziario si apre nella Capitale sul contrasto alla criminalità organizzata: la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per 31 persone coinvolte nell’operazione “Anemone”, condotta dal Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri.
Al centro dell’inchiesta, una presunta associazione di matrice ’ndranghetista ritenuta attiva stabilmente a Roma e collegata a consorterie originarie di Platì, in particolare alla famiglia Marando. Secondo gli investigatori, il gruppo avrebbe costruito una rete solida e strutturata, capace di operare non solo nella Capitale ma anche con diramazioni in Piemonte.
Le indagini avrebbero documentato un sistema organizzato per la gestione del traffico di droga, con il controllo di diverse piazze di spaccio e collegamenti con circuiti criminali anche su scala internazionale. Un modello operativo che, per gli inquirenti, riproduce fedelmente le dinamiche tipiche delle cosche calabresi, confermando il radicamento della ’ndrangheta fuori dai territori d’origine.
La richiesta di processo passa ora al vaglio del giudice dell’udienza preliminare, chiamato a decidere sul futuro giudiziario degli indagati.
I 31 indagati
Marco Altomare, Fatjon Berisha alias Bledar Berisha, Drini Beshtika, Marco Bettini, Antonio Callipari, Alessio Cervellini, Mariglen Cybi, Alessio Di Pietro, Giuseppe Fiorillo, Jurgen Havalja, Marco Lenti, Antonio Marando cl. 2001, Francesco Marando, Luigi Marando cl. 2000, Rosario Marando cl. 1968, Erald Marku, Beqir Mema, Federico Mennuni, Maurizio Miconi, Francesco Molluso, Francesco Mozzetta, Riza Muco, Domenico Pangallo, Domenico Natale Perre, Elis Roga, Arjan Sagajeva, Stefano Sbardella, Pasquale Trimboli, Angelo Turone, Maurizio Valeri, Gian Claudio Vannicola.
