Sette condanne ed otto assoluzioni. Regge in buona parte l'impalcatura processuale scaturita dall'operazione antindrangheta Nemea contro il clan Soriano di Filandari, nel Vibonese anche se le pene sono ridimensionate rispetto alle richieste dell'accusa. Il pm della Dda di Catanzaro Anna Maria Frustaci, infatti, aveva contestato decine di capi d'imputazione, alcuni dei quali accolti dal Tribunale collegiale di Vibo Valentia presieduto da Tiziana Macrì che si è pronunciato nella tardissima serata di ieri. Pene che appaiono tuttavia ridimensionate rispetto alle richieste dell'accusa. Leone Soriano, ( difeso dagli avvocati Brancia e Staiano), capo indiscusso della famiglia di 'ndrangheta è stato condannato a 18 anni e 11 mesi di reclusione. Undici in meno rispetto ai 29 anni richiesti dal pm. E ancora: 13 anni sono stati inflitti a Francesco Parrotta (avv. Vecchio), 12 anni a Graziella Silipigni (avv. Brancia e Garisto), moglie di Roberto Soriano, vittima della lupara bianca; 13 anni e 8 mesi a Giuseppe Soriano, figlio di Graziella Silipigni; 5 anni  a Giacomo Cichello; 11 anni e 11 mesi anni a Caterina Soriano; 10 anni e mesi 9 Luca Ciconte.

Arriva invece l'assoluzione perchè non avrebbero commesso il fatto per Mirco Furchì (avv. Francesco Sabatino),  Domenico Soriano, Domenico Nazionale;  e ancora Rosetta Lopreiato di 51 anni, moglie di Leone Soriano; Maria Grazia Soriano, Giuseppe Guerrera, Luciano Marino Artusa, Alex Prestanicola (avv. Brancia e Rotundo).

Caterina Soriano passa dai domiciliari all’obbligo di dimora. Sia la donna che Luca Ciconte ( difesi dagli avvocati Di Renzo e Garisto) sono stati assolti dall’accusa di associazione mafiosa riconducibile a un segmento dell’inchiesta Scott Rinascita. Gli imputati condannati, invece, sono stati dichiarati interdetti dai pubblici uffici.

L'operazione. Il blitz contro i Soriano di Filandari è scattato all'alba dell'8 marzo 2018. I carabinieri del Nucleo investigativo di Vibo, coordinati dal procuratore aggiunto della Dda di Catanzaro Giovanni Bombardieri, hanno eseguito sette fermi nell'ambito di un'inchiesta condotta dal sostituto procuratore Annamaria Frustaci. Le accuse, a vario titolo, andavano dall'estorsione al danneggiamento, dalla detenzione di armi e munizioni alla detenzione di droga ai fini di spaccio. Reati aggravati dal metodo mafioso. L'inchiesta ha fatto luce su una serie di intimidazioni messe a segno tra Filandari e Jonadi in un arco temporale piuttosto ristretto compreso tra la fine novembre e la fine  di febbraio. Una dozzina gli atti intimidatori ricostruiti dai carabinieri. Tra i tanti episodi contestati, inquietante l'idea di compiere un attentato ai danni della caserma dei carabinieri di Filandari.

Questo il  collegio difensivo: Giovanni Vecchio, Diego Brancia, Daniela Garisto, Sergio Rotundo, Giuseppe Di Renzo, Francesco Schimio, Mario Bagnato, Vincenzo Brosio, Gianni Russano, Salvatore Staiano e Pamela Tassone.