La ‘ndrangheta depreda i tesori archeologici della Calabria
Undici arresti e il sequestro di 10 mila reperti tra Capocolonna, Scolacium e Kaulon: la mafia calabrese organizzava furti e traffico internazionale di beni storici
Un vero e proprio colpo al patrimonio archeologico calabrese è stato messo a segno dai Carabinieri, coordinati dalla Procura di Catanzaro, che hanno arrestato undici persone accusate di furto e ricettazione di reperti storici, aggravati dall’influenza mafiosa del clan Arena di Isola Capo Rizzuto. La rete criminale operava tra Calabria e Sicilia, spogliando progressivamente siti archeologici come Capocolonna, Scolacium e Kaulon, approfittando della scarsità di fondi per gli scavi e della lenta attività di tutela dei beni.
I tombaroli, coordinati da organizzatori esperti, parlavano in codice di “raccogliere finocchi” o “fare battute di caccia” per coprire le spedizioni notturne nei parchi archeologici, spesso muniti di metal detector, definito nelle intercettazioni come “la motosega” dei predatori. L’attività criminale, pianificata con cura, prevedeva soste e logistica dettagliata, ma i dettagli lasciati sul campo hanno permesso agli investigatori di ricostruire il sistema.
Tra i reperti sequestrati figurano circa 10 mila oggetti, tra cui 7 mila monete antiche greche di zecche della Magna Grecia e della Sicilia, centinaia di reperti fittili, crateri a figure rosse e nere, fibule protostoriche, anelli in bronzo, pesi e punte di freccia. La devastazione del patrimonio è stata confermata durante una delle operazioni a Scolacium, quando le buche lasciate dai tombaroli hanno danneggiato le stratigrafie archeologiche, allarmando la direttrice del museo e il suo assistente, che hanno denunciato l’accaduto.
Al vertice della rete criminale c’erano Vincenzo Godano e Roberto Filoramo, in contatto diretto con Francesco Arena, figlio del boss Carmine, responsabili della vendita dei reperti sul mercato nazionale e internazionale. L’inchiesta ha portato anche al sequestro di una casa d’aste coinvolta nella rete di ricettazione.
Legambiente parla di “archeomafia” come un fenomeno che consente di riciclare denaro, scambiare beni trafugati per droga e armi e minacciare lo Stato. L’operazione dei carabinieri e la cooperazione tra Calabria e Sicilia dimostrano quanto sia complesso e sofisticato il sistema criminale, che ha depredato per anni il patrimonio culturale senza scrupoli.
Questa indagine segna un passo importante nella tutela dei tesori archeologici calabresi, ma evidenzia anche l’urgenza di rafforzare la vigilanza e gli investimenti nella conservazione dei siti storici ancora poco esplorati.
