Una fine silenziosa, avvolta nel mistero e protetta dalle mura del carcere di Opera. È qui che lo scorso 26 aprile si è spento Giuseppe Commisso, 79 anni, figura apicale della ’ndrangheta di Siderno nota come "U Mastru". Per settimane la notizia è rimasta sepolta nel silenzio istituzionale, finché una serie di segnalazioni incrociate tra i familiari degli altri reclusi e l’ONG bon’t worry iNGO ha squarciato il velo di riservatezza, spingendo la Procura di Milano ad aprire un fascicolo d’inchiesta. L’obiettivo dei magistrati è fare luce sulle ultime ore di vita del detenuto e comprendere l'esatta dinamica di un decesso che presenta troppi punti oscuri.

Il muro di gomma e i dettagli frammentati

Ciò che più allarma in questa vicenda è la totale assenza di comunicazioni ufficiali nei giorni immediatamente successivi alla morte. Le poche informazioni trapelate sono giunte in modo frammentario e contraddittorio, delineando versioni contrastanti persino sul luogo esatto del decesso. I tentativi di ottenere chiarimenti formali da parte della direzione della struttura carceraria si sono scontrati con un netto rifiuto a replicare. 

Giuseppe Commisso

Un silenzio mediatico che solleva un interrogativo più ampio e inquietante: quante morti silenziose avvengono quotidianamente dietro le sbarre senza che l'opinione pubblica ne venga a conoscenza, specialmente quando colpiscono detenuti comuni privi di un cognome "eccellente"?

Il profilo criminale: dai vertici calabresi alle ramificazioni oltreoceano

Commisso non era un detenuto qualunque. Gli inquirenti lo consideravano un elemento cardine della criminalità organizzata reggina, un autentico "regente" capace di tessere le fila della cosca di Siderno, tra le più potenti del mandamento jonico. Finito in manette nel 2010 durante la storica maxi-operazione "Crimine" — il blitz che svelò la struttura verticistica della ’ndrangheta —, il 79enne era ritenuto un mediatore strategico nei rapporti internazionali. Secondo le carte giudiziarie, era lui l’anello di congiunzione con le cellule mafiose stanziate in Canada e in Australia, snodi cruciali per gli affari globali del clan.

Giallo in cella: malore ignorato o corsa in ospedale?

A far scattare i sospetti sono state le testimonianze raccolte tra i corridoi del penitenziario. Secondo quanto denunciato dall’organizzazione non governativa, Commisso si sarebbe presentato in infermeria accusando un forte malessere, ma sarebbe stato rimandato nella propria cella con rassicurazioni sul suo stato di salute. Appena quarantotto ore dopo, il 26 aprile, il suo corpo veniva rinvenuto privo di vita sul letto.

Tuttavia, la ricostruzione dei fatti è tutt'altro che lineare. Se da un lato i compagni di detenzione insistono sul fatto che il decesso sia avvenuto all'interno della struttura di Opera, resta aperta la pista alternativa di un trasporto d'urgenza in ospedale dove l'uomo potrebbe essere spirato. A distanza di quasi un mese, manca ancora una verità ufficiale da parte dello Stato, che ha il dovere di tutelare la vita di chi si trova sotto la sua custodia. Saranno ora l'autopsia e gli accertamenti medico-legali disposti dalla magistratura milanese a dover stabilire se dietro questa morte si nascondano negligenze, ritardi fatali o omissioni nell’assistenza sanitaria.