Bracciante morto nelle campagne del Vibonese: l’urlo contro la "strage silenziosa"
Dopo l'ennesima tragedia che ha colpito un giovane lavoratore, i vertici di Rifondazione Comunista puntano il dito contro il sistema produttivo: «Vite rubate per non rallentare il profitto»
Un giovane bracciante migrante che perde la vita tra i filari, lontano dai riflettori e nel silenzio assordante di una società distratta. È l’ultima, drammatica pagina di quella che il Partito della Rifondazione Comunista (PRC) definisce una "tragedia quotidiana", consumatasi pochi giorni fa nelle campagne di Pizzo e destinata – secondo i firmatari – a essere archiviata come un incidente di percorso capace soltanto di «rallentare la produzione».
A sollevare il caso sono Mimmo Serrao (Segretario regionale), Marcella Murabito (Segretaria provinciale di Vibo Valentia) e Antonio Campanella (Responsabile Lavoro regionale), che vedono in questa morte l’ennesima violazione dei principi costituzionali (artt. 1, 2, 32, 35, 41). Per il PRC, il decesso del bracciante non è un evento isolato, ma il sintomo di un sistema che, nell'età dell'ipermodernismo neoliberale, ha trasformato il lavoro in merce e il tempo di vita in puro profitto.
«Uno stillicidio quotidiano di cui spesso si sa poco o nulla – un morto non fa notizia – soprattutto se è un morto scomodo», scrivono i rappresentanti di Rifondazione, evidenziando come la condizione dei lavoratori migranti sia spesso segnata da un ricatto insostenibile. Chi dipende dai documenti per la propria permanenza sul territorio, sottolineano, è costretto a tacere, ad accettare tutele inesistenti e giornate di lavoro estenuanti pur di non denunciare le condizioni di sfruttamento cui è esposto.
La questione delle morti sul lavoro si intreccia indissolubilmente con la difesa dei diritti dei lavoratori più fragili. Il PRC parla senza mezzi termini di una «guerra contro lavoratrici e lavoratori» e lancia un appello accorato a tutta la società civile e alle forze politiche, chiedendo un impegno concreto e una mobilitazione per porre fine a questa deriva.
«Siamo qui a sottolineare l’esigenza di un risveglio dell’opinione pubblica – concludono Serrao, Murabito e Campanella – facendo appello a quei settori che da sempre si sono posti in prima linea per la difesa dei diritti calpestati di milioni di donne e uomini». Un appello che suona come una sveglia per la politica regionale, chiamata ora a rispondere non solo sull'accaduto a Pizzo, ma sul modello di sviluppo che continua a mietere vittime nei campi, nei magazzini e in ogni luogo di lavoro.
