L'ultima volta che sentii Giovanni Parisi fu un paio di mesi prima della sua scomparsa: con Gianni Mura, presidente della Giuria, si era deciso di assegnargli il Premio Valentia. I suoi impegni e i nostri tempi ci avevano convinti alla fine di rinviare tutto alla edizione dell'anno dopo. “Mi dispiace non potere esserci - ci disse – perché Vibo Valentia e la Calabria sono sempre nel mio cuore”. Ci legava una lunga e silenziosa amicizia, iniziata nel 1995 quando per Radio Onda Verde e per il mensile Cercatrova lo intervistai, grazie alla collaborazione della cugina Giulia Montagna, che allora collaborava in redazione per i giornali radio. Fu in quella occasione che confidò un suo sogno: combattere nella sua città natale per qualcosa di importante, un titolo mondiale. Fu così che, quando il suo desiderio divenne realtà – era il 1997 - per l'impegno della amministrazione provinciale guidata da Enzo Romeo, mi volle accanto quale addetto stampa della manifestazione.




UNA VITA TRAVAGLIATA E LA BOXE. Quella di Giovanni, nato a Vibo Valentia il 12 febbraio 1967, è stata anche la storia, dura e struggente, di un bambino che ad appena due anni prese un treno con una valigia di cartone e arrivò nell’Oltrepò pavese al seguito di mamma Carmela. Una donna, la madre, capace di sobbarcarsi le durezze di una vita difficile e di stenti. Arrivata a Pavia con i figlioletti (Giovanni, Rosario e Giulia) che in tre non facevano sette anni di vita, dovette affrontare anni spietati e intensi. Gli anni in cui Giovanni carpì dalla madre, cui dedicò tutte le vittorie dopo la sua morte, la voglia di combattere, di emergere.
Scuola materna quindi elementari e medie statali a Voghera, ma anche tanto oratorio. E tanto pallone. Giovanni, si narra, avesse tanto talento anche anche per la dea Eupalla. Ma lui scelse la boxe, il sudore, la fatica, il riscatto!

IL FANTASTICO ORO DI SEUL. Giovanni diventò presto campione d’Italia dilettanti (1985-1986) e, sovvertendo ogni pronostico della vigilia, si appese al collo la medaglia d'oro Olimpica a Seul nel 1988 battendo in finale, in un inizio neghittoso di autunno (era il 3 ottobre) il rumeno Daniel Dumitrescu, vittoria che volle dedicare alla mamma, scomparsa qualche mese prima. Trenta anni fa, il 15 febbraio 1989 fece il suo esordio tra i professionisti, proprio a Vibo Valentia, nello scatolone del centro fieristico di Portosalvo, battendo per ko alla terza ripresa lo statunitense Kenny Brown. Il 28 settembre 1991 si laureò campione d’Italia dei professionisti dei leggeri e un anno dopo il 25 settembre, conquistò la prima corona Mondiale dei leggeri Wbo superando per kot alla decima ripresa il messicano Javier Altamirano. Difese con successo il titolo fino al 1994, per poi varcare l’oceano e tentare la grande sfida nei superleggeri con El Campeon, Julio Cesar Chavez, l’invincibile guerriero messicano. Pur di guadagnare il legittimo diritto a quella sfida andò incontro a Don King. Arrivò il match bello, intenso e sfortunato con Chavez con l’orgoglio per il coraggio profuso e l’amarezza per la sconfitta. A King si sostituì l’esperienza di Salvatore Cherchi, a lui si aggiunse l’intraprendenza di Andrea Locatelli, il broker cresciuto in Mediaset, cui seguirono Damiano Lauretta al fianco del veterano Lucarno. Arrivò così l’immediata rinascita con Sammy Fuentes nel mondiale dei superleggeri Wbo. Un grandissimo match. Il Palalido in delirio e il ko che arrivò all’ottavo round (1996). Parisi rimase re incontrastato per tre anni.

CONTRO WENTON A VIBO. Nel 1997 tornò a combattere nella sua città natale. Fu un match dalla vigilia travagliata. Prima la “querelle” con mons. Onofrio Brindisi che si oppose all'allestimento del ring in piazza San Leoluca (“è un'offesa alla cristianità”), poi una bomba, per fortuna senza conseguenze, nella sala congressi del 501 Hotel, diventato in quei giorni il suo quartier generale. «Un'offesa alla cristianità? Spero di far cambiare idea a monsignore – disse Parisi alla Gazzetta dello Sport  -  Peccato, perché Vibo Valentia è la mia città natale, e avevamo pensato di valorizzarla facendo ammirare in televisione le sue bellezze artistiche».

Vinse la Chiesa. Il combattimento con il britannico Nigel Wenton, in programma sabato 4 ottobre, venne spostato in località Ottocanali, dove fu allestito un Palatenda. Naturalmente Flash non deluse le aspettative e davanti ad un pubblico in visibilio superò agevolmente per ko all'ottavo round anche questo ostacolo.
Lo fermò Carlos Gonzales, ancora una volta un messicano terribile, che prima gli strappò il pari e poi a Pesaro il 29 maggio ’98 chiuse la prima parte della sua carriera fatta di sudore e vittorie.

L'AMORE PER SILVIA E L'ADDIO AL RING. Il tempo per portare all'altare Silvia, strappata per amore alle sfilate milanesi di moda, mettere su la villa nella campagna pavese, regalarsi tre figli Carlos, Angel e Isabel, servì per ritemprare le forze per le nuove sfide sul quadrato. Parisi puntò come il solito in alto. Cercò avventure che gli potessero dare nuove emozioni e grandi traguardi: la corona mondiale in una terza categoria di peso, magari passando per una tappa europea, unica corona ancora assente nella sua prestigiosa bacheca.  Il suo ultimo vero match fu nel luglio 2000 a Reggio Calabria, allo stadio “Granillo”. Poi a causa di un infortunio alla mano sinistra, rimase per molto tempo lontano dal ring (circa 2 anni), tornando a combattere nel 2003 contro Mimoune. Chiuse la sua carriera nell'ottobre 2006, dopo una dura sconfitta ai punti inflittagli dal francese Klose. Ultimo sussulto di un grande pugile e della boxe italiana. Nella sua carriera era salito sul ring 47 volte, con 41 vittorie di cui 29 per ko.

DIECI ANNI FA LA MORTE. La sera del 25 marzo 2009, dieci anni fa, Parisi guidava la sua Bmw a tre chilometri da casa sua a Voghera. Tranquillo, la guardia abbassata, affrontò una curva percorsa mille volte, poi due fari e la traiettoria si allarga fino all’urto contro un furgone bianco. Un colpo fatale. Fulminante. Gli eroi, forse, finiscono quasi sempre così. Vibo Valentia e la sua regione in questi anni lo hanno dimenticato. A parte l'intitolazione del centro sportivo di viale della Pace (di cui non parla nessuno), nessuna altra iniziativa è stata intrapresa per ricordare l'unica medaglia d'oro calabrese delle Olimpiadi moderne. A Giovanni Parisi si poteva e doveva intestare una via o una piazza e dedicare un monumento, come avvenuto a Voghera.

Far rimanere vivo il ricordo di Parisi è importante, perché è un modo per dare immortalità alla sua anima, tramandare le sue gesta e regalare un sogno ai ragazzi e un messaggio: non arrendersi mai.