Vibo, il cantiere della discordia non fu truffa: tutti assolti per il nuovo Tribunale (NOMI e DETTAGLI)
Crolla la tesi accusatoria sul terzo lotto dell'opera da 11 milioni: per il giudice "il fatto non sussiste". Cancellate le richieste di condanna per i tecnici e i dirigenti coinvolti
Si chiude con una sentenza di assoluzione piena, che non lascia spazio a interpretazioni, la lunga vicenda giudiziaria legata alla costruzione del terzo lotto del nuovo Palazzo di Giustizia di Vibo Valentia. Dopo anni di riflettori puntati su presunte irregolarità contabili e varianti progettuali sospette, il Giudice monocratico Anna Moricca ha messo la parola fine al processo, stabilendo che le accuse di truffa aggravata ai danni dello Stato erano totalmente prive di fondamento.
Al centro del dibattimento vi era un’ipotesi di danno erariale superiore ai 3,2 milioni di euro. Secondo la ricostruzione della Procura e della Guardia di Finanza, l'appalto per l'opera (del valore complessivo di 11 milioni) sarebbe stato caratterizzato da certificazioni mendaci, lavori mai realizzati ma regolarmente pagati e forniture non conformi agli standard richiesti.
Le accuse pesavano come macigni sulle spalle di tre figure chiave: Umberto Memoli, Marco Magi e Pasquale Lagadari, per i quali l'accusa aveva sollecitato pene comprese tra un anno e mezzo e tre anni di reclusione. Il teorema sosteneva che i tre avessero agito di concerto per gonfiare i profitti attraverso modifiche progettuali e ribassi anomali, eludendo i controlli necessari.
Il verdetto del Tribunale ha tuttavia ribaltato radicalmente questa narrazione. La fase istruttoria ha dimostrato come le scelte tecniche e amministrative operate durante i lavori non fossero volte a frodare l'ente pubblico, bensì rientrassero nella normale e legittima gestione di un cantiere di tale complessità.
La formula "il fatto non sussiste" riabilita completamente l'operato dei professionisti, escludendo qualsiasi danno illecito al patrimonio pubblico. Nel corso del processo, è emerso che i riscontri tecnici portati dalla difesa hanno smontato, punto su punto, le criticità sollevate dai periti dell'accusa, dimostrando la correttezza delle varianti di progetto e la regolarità delle contabilizzazioni.
Un ruolo cruciale nel ristabilire la verità dei fatti è stato giocato dagli avvocati Gianfranco Iannone, Angelo Calzone e Giosuè Monardo. I legali hanno saputo evidenziare la carenza di prove a sostegno dell'ipotesi truffaldina, portando il Giudice a una sentenza di assoluzione netta.
