Prima di estrarre la pistola, Anis Amri ha detto ai poliziotti di essere calabrese, ma l'accento non ha convinto gli agenti che lo hanno fermato e ucciso a Sesto San Giovanni

Una "normale attività di controllo del territorio" svolta da due agenti che "hanno seguito le procedure stabilite": è finita così la fuga di Anis Amri, fermato e controllato a Sesto San Giovanni non perché individuato come il killer di Berlino ma solo perché alle 3 di notte si aggirava vicino alla stazione di Sesto San Giovanni.

Il sospetto. "Era degno di controllo", spiega il questore di Milano Antonio de Iesu e il vice questore aggiunto Roberto Guida, dirigente del commissariato di Sesto San Giovanni racconta così la dinamica dello scontro a fuoco: "Era solo e fermo, dalla Volante è sceso il capo pattuglia che gli ha chiesto i documenti, mentre l'autista era un agente in prova. Amri era tranquillissimo, parlava italiano anche se con accento straniero".

"Sono di Reggio Calabria". Spiega di essere di Reggio Calabria ma l'accento non convince Christian Movio, l'agente che sta eseguendo il controllo, che gli chiede di rovesciare il contenuto del suo zainetto sul cofano della macchina. A quel punto Amri estrae la pistola calibro 22 dalla giacca carica e pronta per l'uso e spara, colpendo Movio a una spalla. Immediata e decisiva è la reazione di Luca Scatà, l'agente in prova che si nasconde dietro la volante e risponde al fuoco, mentre Amri urla "Poliziotti bastardi". Due i colpi esplosi da Scatà, uno mortale finito nel costato di Amri. Inutile il tentativo di rianimarlo, dopo dieci minuti è morto.

Le verifiche. E sarebbero in corso controlli e verifiche a Reggio Calabria, operati della Polizia di Stato, dopo le sue affermazioni. Da quanto sta emergendo, il nome di Amri non sarebbe emerso in attività di polizia locali. Ma pare che gli investigatori stiano effettuando le verifiche del caso.