Coronavirus, stessa diagnosi e due destini diversi per padre e figlia originari del Vibonese

La donna riesce a sopravvivere pur portandosi dietro i postumi della malattia, per il genitore, data l’età non c’è scampo. Ecco la storia straziante pubblicata da Maria Maiolo

Una di quelle testimonianze strazianti che ripercorrono, un un excursus quanto mai sentito, una delle tante storie ordinarie di Covid, dall’epilogo tragico. Una figlia ed un padre, entrambi malati, entrambi con la polmonite interstiziale, ma con un destino differente. L’età fa la differenza. Lei sopravvive, anche se si porta dietro postumi significativi della malattia, per il genitore non c’è nulla da fare.

Un racconto appassionante che pubblichiamo integralmente:

Il 24 Marzo 2021 io, mio padre, mia madre e il mio fidanzato abbiamo scoperto di essere positivi al Covid. La notte precedente era stata infinita, mio padre dalla camera da letto tossiva come se il petto si dovesse aprire da un attimo all’altro e quello strano pizzico in gola che mi tormentava da qualche ora è stato il mio primo segnale. Il cuore sobbalzava ad ogni suo colpo di tosse e tutto ciò che sono riuscita a fare è una tisana con zenzero, limone e miele, un vecchio rimedio che per qualche minuto gli ha dato tregua. I risultati sono stati immediati, chiari e inequivocabili.

Tutto ciò che ci siamo detti è stato: “Che Dio ci dia la forza di affrontarlo senza troppi problemi” e così è stato per i primi giorni, anche papà è migliorato e tutto sembrava andare per il verso giusto. Finchè, da un giorno all’altro, non si respira più se non nel letto in pancia in su. Muovere il braccio per prendere le medicine era come scalare una montagna e alzarsi per andare in bagno significava soffocare a metà percorso. È la notte tra l’uno e il due aprile, la sera prima mia mamma con cura e fatica mi aiuta a lavarmi e a rimettermi a letto. Quella notte l’unica cosa che desideravo era aria. Neanche rimanere immobile in pancia in su mi aiutava più e per qualche attimo ho pensato di non arrivare all’alba. Papà dall’altra stanza tossisce, forte, troppo forte. Lo sento come in un video registrato con una vecchia videocamera… non mi sento più padrona del mio corpo e delle mie azioni… le forze in corpo cedono, la febbre sale ma papà questa volta non ce la fa a farmi gli impacchi che qualche notte prima mi aveva con cura appoggiato sul fronte e sulle caviglie… Cerco di resistere, a breve sarebbe arrivato l’ossigeno… Mamma è seduta al mio fianco, la guardo negli occhi e senza troppi giri di parole le dico:” mamma, non respiro più.”
Il mio ultimo viaggio con papà è stato su un’ambulanza. Lo guardavo, con le poche forze rimaste, steso vicino a me, a fissare il vuoto mentre una mascherina ci inondava le radici di tutto ciò che ci era mancato in quei giorni: ossigeno.
Stessa ambulanza, stesso ospedale, stessa camera, stessa patologia: polmonite interstiziale bilaterale, una forma particolarmente seria di polmonite infettiva, che va a intaccare i polmoni nella loro parte più profonda. Nella sua forma acuta, è inoltre la conseguenza più seria dell’infezione da Coronavirus e in particolare da COVID-19, che può portare in pochi giorni a un’insufficienza respiratoria grave.

La diagnosi arriva dritta allo stomaco come un pugno. “Signorina, lei e suo padre avete la stessa, identica patologia, a portarvi su due piani diversi è solo l’età. Trent’anni in più purtroppo fanno la differenza e se lei con tempo e sacrificio ha possibilità di farcela, per suo padre purtroppo non è così scontato. Lo saluti perché non so se lo rivedrà e se riuscisse a rivederlo sarà tra tanto tempo.”

La nostra ultima cena insieme è a base di pastina e stracchino, mi guarda e sorride:” Mary, esattamente come quello che cucino io.” Quel momento di spensieratezza è spazzato via da un’infermiera che prende le misure per legargli sotto le braccia un casco a cui non si è mai opposto, che ha portato per 96 ore di fila steso in pancia in giù senza mai lamentarsi, affidandosi completamente a lui e ai dottori per i quali nutriva una stima profonda.
Ci sono cose di quella notte, carezze, pianti, sguardi, parole, paure che rimarranno sempre mie e tue papi… Come il nostro ultimo istante insieme prima che ti spostassero di reparto, quel momento, somiglia tanto a quando Roberto Benigni, nel film “La vita è bella”, saluta il figlio impaurito mentre veniva portato via. Mi hai guardato mentre trattenevo le lacrime e con un sorriso accennato, nascosto dalla mascherina dell’ossigeno, ti salutavo con un cenno della mano, mi hai sorriso e hai fatto finta di essere un pesce in un acquario per farmi ridere. Quel sorriso è l’ultima cosa che hai visto di me papi e forse meglio così… sono contenta che tu non mi abbia visto sul divano con l’ossigeno per tanti giorni, sono contenta che tu non mi abbia visto piangere perché non riuscivo a fare le scale, perché non riuscivo a fare un passo dietro all’altro. Sono contenta che non tu mi abbia visto soffocare dopo aver provato a riprendere il mio strumento. Sono contenta che tu non mi abbia visto perdere i capelli. Il nostro ultimo saluto è stato un sorriso. Uno dei tanti che accomunava il nostro rapporto, che non era fatto di abbracci e baci ma di lunghe chiacchierate, risate, sorrisi, sguardi e sogni. I giorni in cui ti sei ripreso mi hai detto tante cose che, anche quelle, rimarranno sempre mie tue e della nostra famiglia ma mi avevi chiesto di raccontare quello che ci è successo. Di raccontarlo a chi non ci crede, a chi non sa il lavoro degli infermieri e dei dottori, a chi lo sottovaluta. Ci ho messo un po’ per raccogliere le forze e farlo ma vedi papà… ho esaudito il tuo desiderio.

Mio papà si è spento il 27 aprile 2021 all’Ospedale Valduce di Como, all’età di 52 anni, in seguito a delle complicanze dovute al covid.
Ci ha lasciato l’incarico di raccontarvi la nostra battaglia che purtroppo abbiamo perso.
Ci ha lasciato l’incarico di ringraziare il reparto covid dell’ospedale Valduce che si è preso cura di lui fino all’ultimo giorno.
Ci ha lasciato l’incarico di ringraziare tutti coloro che durante la malattia, gli sono stati vicini, hanno pregato per lui, lo hanno amato e fatto sentire importante.

Mio padre, da eroe, è morto pochi giorni prima che gli toccasse una dose di vaccino.
È morto per qualcosa a cui ancora le persone non credono, che sottovalutano.
Sono testimone della mia lotta che non ho ancora completamente vinto e di quella di mio padre.
Sono negativa dal 18 aprile eppure i valori polmonari sono ancora molto bassi.
Il Covid colpisce nel profondo, ogni parte di te e anche quando è andato via ti lascia quegli strascichi che non ti permettono di vivere la tua vita. La mia si è fermata a quel 24 marzo.
Non ho ancora vinto completamente la mia lotta ma sto lottando, devo vincerla per me e per mio padre che l’ultima sera con un filo di voce mi ha detto:” Mari, dobbiamo curarci, tutto il resto non mi interessa, mi raccomando”
Quel mi raccomando che ha caratterizzato per anni i nostri messaggi e la fine delle nostre conversazioni, è stata l’ultima cosa che mi hai detto e io spero di averti reso fiero e orgoglioso.

Questa è parte della nostra storia, senza filtri e mezze misure, fatta di verità e tanto, tanto dolore.
A raccontarvela sono io ma è il saluto di mio padre per tutti voi amici, che ci avete sperato tanto quanto noi.
Ci teneva ad avvertirvi di non abbassare la guardia, di non lasciar correre, di non sottovalutare e soprattutto di vivere a mille, ogni minuto senza rimandare mai nulla.
Papi, non so se mai accetterò com’è andata, di non vederti, non toccarti, non sentirti… non so se mai riuscirò a rimettere insieme i pezzi per ripartire ma mi hai lasciato la più bella dell’eredità… una mamma speciale, un fratello che è la mia spalla, tanti zii e tanti cugini che sono la continuazione di te.
Non potevo chiedere di più.
Sento le spalle scoperte dalla tua protezione presente e forte ma ti sento addosso.
Ora più che mai ho bisogno di te.
Sei seconda pelle e lo sarai sempre.
La tua Cici