Rinascita, Mantella: “Sono abituato alla morte, rischio ancora di più da pentito”

Dalla scelta di collaborare con la giustizia “per lo studio e la passione per i libri”, al boss Luigi Mancuso che “andava in giro con una Lancia Delta Martini”

La cultura può sconfiggere la ‘ndrangheta? Si. La dimostrazione migliore? La vita del principale pentito a disposizione della Dda di Catanzaro nel maxiprocesso Rinascita Scott: Andrea Mantella. “Ho iniziato a collaborare con la giustizia, nel 2016, perchè non volevo più condurre una vita da malavitoso, da ‘ndranghetista. Una scelta – evidenzia Mantella – che sarà stata dettata dalla passione di leggere libri, di dedicarmi (per quanto sono stato capace) allo studio, e alla fine non mi rispecchiavo più nelle logiche della ‘ndrangheta”. Un cambiamento che si potrebbe definire autentico, tanto che quando per errore un avvocato utilizza il presente – “lei è uno ‘ndranghetista” – Mantella ribatte immediatamente: “Ero uno ‘ndranghetista avvocato, ero, e sono schifato di esserlo stato“.

La questione è uscita nuovamente fuori nell’udienza di ieri – nell’aula bunker di Lamezia Terme – nel corso del controesame dell‘avvocato Paride Scinica, difensore del boss Luigi Mancuso, principale imputato del maxi processo. “Prima della decisione di collaborare con la giustizia le è capitato qualche fatto straordinario? Per caso le è apparsa la Madonna in chiesa?”. “No avvocato – ha risposto Mantella – sono solo chiacchiere, non è mai successo. Potete prendere le registrazioni degli interrogatori, si tratta solo di una mia battuta inopportuna che è stata strumentalizzata. Sono una persona sobria, tranquilla, non ho visioni“.

Il legale, nella sua strategia difensiva di provare a mettere in dubbio la credibilità del pentito, ha ricordato anche quanto Mantella ha detto nell’udienza del 22 aprile riguardo al fatto che, se fosse uscito di prigione, avrebbe dovuto vendicare l’omicidio di Francesco Scrugli. “Aveva per caso timore – ha chiesto allora l’avvocato Scinica – di fare la stessa fine dello Scrugli?“. “Assolutamente no. Io con la morte ci sono abituato – ha risposto Mantella – anche da collaboratore di giustizia. Non è che adesso collaboro e non rischio la morte. Anzi, la rischio ancora di più, le vendette sono dietro l’angolo. Da ‘ndranghetista temevo di essere ucciso come anche da collaboratore di giustizia. Ma dopo la morte di Scrugli, nello specifico, non pensavo di poter essere vittima di omicidio”.

Inevitabilmente, poi, il controesame ha riguardato anche la figura del boss di Limbadi Luigi Mancuso: “All’interno del carcere tutti i mafiosi hanno un punto di riferimento. Come se fosse che lei crede alla Chiesa, all’immagine sacra. I mafiosi del Vibonese – ha affermato Mantella – credevano all’immagine sacra di Luigi Mancuso“. “Ha mai conosciuto personalmente Luigi Mancuso?”. “Quando ero ragazzino lui saliva a Vibo Valentia, addirittura quando veniva si mobilitava tutta la criminalità organizzata. Veniva al chiosco dei formaggi di Carmelo Lo Bianco e andava in giro con una Lancia Delta Martini. Io essendo un ragazzetto mi limitavo a salutarlo, non è che mi potevo mettere a parlare con una persona così importante, mi potevo solo inginocchiare”.