Rinascita, Mantella spiega le estorsioni nel Vibonese: l’escalation di violenza per “mettere a posto” gli imprenditori

Dal sangue versato per poter “conquistare” un pezzo di terra in più (proprio come in guerra) all’uso del denaro: “Ci si toglieva qualsiasi soddisfazione… orologi, vestiti, telefoni. Insomma la bella vita”

Quella di Vibo Valentia è una provincia martoriata, da anni, dalle estorsioni. Il famoso “pizzo” che chi apre un’attività deve pagare alla ‘ndrangheta. Una vera e propria tassa in più, in cambio della quale non si ottiene però nessun servizio ma solo ansia e paura, dalla quale si può uscire solo denunciando e affidandosi alle forze dell’ordine. Nel corso del maxi processo Rinascita Scott, che ha preso il via lo scorso 13 gennaio, i numerosi pentiti ascoltati fino a questo momento hanno raccontato decine e decine di casi di estorsione. È stato però uno dei collaboratori più importanti per la Dda di Catanzaro, Andrea Mantella, a spiegare l’escalation di intimidazioni che la ‘ndrangheta – almeno per l’esperienza vibonese dello stesso Mantella – usa per “mettere a posto” gli imprenditori.

L’escalation di violenza per “mettere a posto” gli imprenditori.
Le estorsioni – ha spiegato il pentito in videocollegamento con l’aula bunker di Lamezia Terme – avevano luogo quando non c’era un approccio diretto con l’imprenditore. Oppure quando l’imprenditore si era rivolto a tutta un’altra zona, o quando faceva finta di non capire che doveva pagare“. In quel caso il primo passo era l’atto intimidatorio: “Prima si parte senza fare rumore – evidenzia Mantella – con una bottiglia incendiaria o con delle cartucce“. Se però l’imprenditore non cede, ovvero “fa orecchie da mercante”, allora “si passa a una via più consistente, più decisiva, con esplosione di colpi d’arma da fuoco o con una bomba“. A quel punto in un modo o in un altro “si costringe l’imprenditore a ‘mettersi a posto’ come si dice in gergo ‘ndranghetistico, ovvero deve pagare il capo ‘ndrangheta presente sul territorio”.

Vibo Valentia “zona di guerra”?
L’attività estorsiva era talmente rilevante per i clan che non si facevano scrupoli ad ammazzare per poter “conquistare” un pezzo di terra in più. Proprio come si fa in guerra, dove per arroganza e sete di potere si sparge sangue per ampliare i propri confini. Vista da questa prospettiva, forse, dire che Vibo Valentia era (è?) “zona di guerra” non è poi così assurdo. Un esempio lo offre la famiglia mafiosa dei Bonavota, operanti nel comune di Sant’Onofrio ma che “assorbono la zona industriale di Maierato – spiega ancora Mantella – subito dopo gli omicidi dei Cracolici: prima ammazzano Alfredo e poi Raffaele Cracolici, e quindi diventa di competenza loro“. “Si sono imposti su quella zona – sottolinea – e a quel punto comandavano loro”. Una delle ragioni di fondo che ha spinto all’aggressione nei confronti dei Cracolici, quindi, era proprio il dominio su quel territorio.

“Non eravamo degli accattoni”.
Non solo estorsione, però. Le cosche guadagnavano anche con un altro tipo di reato: l’usura. Andrea Mantella fa l’esempio dei proprietari di due noti ristoranti di Pizzo che erano sotto usura dai Bonavota. Il pentito ne è venuto a conoscenza perchè “qualche volta mi facevo una capatina lì, in compagnia di Francesco Fortuna, e andavamo a prendere i soldi degli interessi“. “Andavamo spesso volentieri a cenare lì ma noi pagavamo regolarmente – ci tiene a precisare, come ha fatto anche in altre occasioni – perché non eravamo degli accattoni. Però i proprietari erano sotto usura”.

Ci si toglieva qualsiasi soddisfazione: orologi, vestiti, telefoni, oro”.
I soldi dell’usura, racconta poi Mantella, finivano nella “cassa comune”. “C’era questa sorta di risparmio, questa sorta di cassa per avere del capitale da parte“. La “prudenza economica” degli ‘ndranghetisti serviva per aiutare chi “come si dice in gergo ‘cadeva in disgrazia’, e aiutarlo sia a livello legale che personale“. Una “buona parte” della cassa comune era quindi messa da parte – “e non doveva essere assolutamente toccata” – per aiutare chi finiva in prigione. “Perchè se succedeva ad esempio un’operazione, o degli arresti, e andavano tutti dentro – spiega ancora il collaboratore – alla cassa poteva attingere anche una donna, una familiare, e poteva pagare le spese processuali“. Questo non vuol dire che non si continuasse a fare “la bella vita”: “In ogni caso ci si toglieva qualsiasi soddisfazioneorologi, vestiti, telefoni, oro, insomma la bella vita“. La restante parte della “cassa comune” veniva quindi spesa per i vizi dei boss – e non certo per i “ragazzini” delle cosche – oppure per organizzarsi a livello militare: “Se occorreva – ha affermato il pentito rispondendo alle domande del pm della Dda di Catanzaro – si compravano pure delle armi, per le quali o si usavano i soldi, anche dell’usura, oppure si facevano degli scambi: io ti do lo stupefacente e tu mi dai delle armi, una sorta di baratto“.