Operazione “Alibante”, Gratteri: “Imprenditori soffocati dalla cosca Bagalà” (VIDEO)

Il procuratore aggiunto Vincenzo Capomolla ha delineato i contorni dell’organizzazione criminale che “aveva assunto un profilo imprenditoriale importante attraverso la forza dell’intimidazione e del vincolo associativo”

“Un risultato importante sul piano giudiziario e sulla tranquillità all’opinione pubblica che deve fidarsi di noi come hanno fatto gli imprenditori che per anni, sono stati vessati e soffocati dal capo Bagalà”. E’ quanto ha dichiarato dal capo della Procura di Catanzaro nel corso della conferenza stampa per la messa a fuoco dell’operazione “Alibante”, dal nome di un personaggio mitologico, che ha preso il via dalla dalla denuncia di due imprenditori soffocati e vessati dalla cosca Bagalà. Sempre procuratore Nicola Gratteri ha spiegato che l’indagine dimostra i rapporti diretti di questa famiglia con i vertici della ‘ndrangheta di “Serie A”, come la famiglia Pelle di San Luca, della piana di Gioia Tauro e con i Mancuso di Limbadi. “La famiglia Bagalà – ha detto – e in particolare il capo cosca Carmelo Bagalà, entra nel mondo dell’imprenditoria e ha rapporti diretti con i quadri della pubblica amministrazione di due comuni. Qui riesce a muoversi con disinvoltura”.

Il procuratore aggiunto Vincenzo Capomolla, dal canto suo, ha delineato i contorni dell’organizzazione criminale che “aveva assunto un profilo imprenditoriale importante attraverso la forza dell’intimidazione e del vincolo associativo ed aveva ottenuto il controllo di interi settori dell’economia, in particolare quello turistico alberghiero della costa tirrenica del lametino. Per farlo la cosca era riuscita a tessere relazioni con esponenti istituzionali, imprenditori, professionisti tant’è che vi sono reati di concorso esterno in associazione mafiosa per soggetti che rivestono queste qualifiche sia in ambito istituzionale che imprenditoriale. C’erano imprenditori che avevano un patto di scambio con l’organizzazione stessa ottenendo reciproci vantaggi”.

Ha, quindi, proseguito: “L’infiltrazione della cosca è legata al riuscire a far entrare nella stessa, una serie di imprenditori edilizi che mettevano a disposizione dell’organizzazione la loro struttura imprenditoriale. Queste strutture societarie erano lo schermo dietro il quale la cosca Bagalà realizzava le iniziativa economiche. Abbiamo anche registrato una serie di reati di intestazione fittizia in particolare la più importante impegnata nella realizzazione di strutture turistico alberghiere. Ogni sorta di problema doveva essere affrontato da Bagalà ritenuto capocosca. Quasi un’opera sussidiaria, malamente intesa, per quanto riguarda la comunità che lo vedeva quale punto di riferimento per ogni tipo di problematica. Si rivolgevano alla cosca famiglie inserite nel panorama criminale del lametino e il riconoscimento dato al capo cosca capace di interferire con politici di vario genere. C’erano infatti imprese che erano riconducibili ad ex politici regionali e che dovevano assumere determinati soggetti se era lui a indicarli”.

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