Vibo, bancarotta fraudolenta: una condanna e due assoluzioni in primo grado

Disposta, insieme alla condanna, l’incapacità a esercitare uffici direttivi in qualsiasi impresa per i prossimi due anni

Il Tribunale di Vibo Valentia, tramite il collegio giudicante composto da Tiziana Macrì (presidente) e Giorgia Ricotti e Violetta Romano (a latere), ha condannato con pena sospesa (e non menzione) Franco Zezzo a 2 anni di reclusione – oltre al pagamento delle spese processuali – per bancarotta fraudolenta limitatamente a una condotta riguardante un assegno circolare da 10mila euro. Nei suoi confronti sono state concesse le attenuanti generiche ma è stata disposta per i prossimi due anni l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e l’incapacità a esercitare uffici direttivi in qualsiasi impresa.

Lo stesso Zezzo è stato assolto per le altre condotte, per le quali era imputato, “per non aver commesso il fatto”. Il Tribunale ha inoltre assolto Francesco Greco e Umberto Maurizio Artusa, anche loro per non aver commesso il fatto. Il collegio difensivo era composto dagli avvocati: Giuseppe Di Renzo, Gambardella e Antonello Fuscà.

I fatti.
Francesco Greco – socio della “Mart Srl”, dichiarata fallita con sentenza del Tribunale di Vibo Valentia del 10 maggio 2010 – era accusato di aver posto in essere delle condotte per sottrarre somme di denaro dal patrimonio della società, a discapito della massa di creditori. Condotta qualificata come illecita in quanto avrebbe violato la “par condicio creditorum”, che si ha nel momento in cui una società fallisce e, con il patrimonio esistente, devono essere soddisfatti i creditori secondo i criteri previsti dalla legge.

Secondo l’accusa, per la quale è stato assolto, avrebbe sottratto dal patrimonio della società un’ingente somma di denaro, parte della quale trasferita alla Modart Srl. A riguardo Franco Zezzo – in qualità di amministratore e legale rappresentante proprio della Modart Srl dal 2009 al 2011 (fino al 2009 era Mario Artusa) – era imputato, anche in questo caso, per aver distratto dei soldi dalla società dichiarata fallita, sempre a danno dei creditori. Secondo l’accusa il risultato era stato raggiunto a seguito di diverse condotte, tra cui anche tramite un assegno di 10mila euro per il quale è stato dichiarato colpevole.