Rinascita, il pentito Moscato tra carabinieri infedeli, ‘ndrine in Africa e conti in Vaticano

Rispondendo alle domande del difensore di Luigi Mancuso, l’avvocato Paride Scinica, ha spiegato che con la “Santa” si entrava in contatto con le istituzioni deviate, ma “oltre sei mesi non la potevi tenere”

Poco meno di una decina, in totale, le udienze servite nel maxi processo Rinascita Scott per ascoltare il pentito Raffale Moscato, dal 2010 battezzato nella cosca di ‘ndrangheta dei Piscopisani fino a marzo del 2015, quando ha iniziato a collaborare con la giustizia. È stato ascoltato la prima volta l’11 marzo e le sue deposizioni si concluderanno martedì prossimo, 30 marzo, quando terminerà l’esame dell’ufficio di Procura e ci saranno gli ultimi controesame dei difensori degli imputati.

I rapporti con le istituzioni deviate.
Diversi gli spunti interessanti usciti fuori dalle dichiarazioni di Moscato. Come la rilevanza della dote della Santa, che – ha detto il pentito rispondendo a una domanda del legale del boss Luigi Mancuso, l’avvocato Paride Scinica – “dicevano che la potevi tenere sei mesi e potevi avere a che fare anche con le istituzioni, con l’apparato dello Stato, con agenti, non lo so, Polizia o Carabinieri. Però dicevano che questa dote più di sei mesi non la potevi tenere”. “Si ricorda la sua copiata della Santa?” ha chiesto ancora il legale. “No, perché è durata sì e no tre secondi questa Santa, perché subito dopo è arrivato il Vangelo, quindi no”. “Se non ho capito male – ha insistito l’avvocato Scinica –  lei l’ha tenuta tre minuti“. “Ma si fa sempre così” ha chiosato il collaboratore.

La ‘ndrina in Africa dei Mancuso, il conto in Vaticano di Razionale.
Nel corso invece dell’esame, rispondendo alle domande del pm Annamaria Frustaci, Moscato ha anche parlato delle ramificazioni della ‘ndrangheta fuori dai confini nazionali. Come la cosca Mancuso che aveva anche degli interessi in Africa: “Però, dottoressa, avevano un sacco di ‘ndrine distaccate in giro per l’Italia, addirittura una si parlava che era in Africa”. In Africa? “A Capo Verde, per il traffico di droga che avevano”. O ancora Saverio Razionale, il boss di San Gregorio, che aveva rapporti con istituti bancari “anche a livello del Vaticano“. A informarlo di questa circostanza era stato tra gli altri anche Rosario Battaglia, “che si parlava che (Saverio Razionale, ndr) ormai era arrivato a essere un esponente apicale grosso, era arrivato addirittura ad avere dei blocchetti degli assegni di un conto al Vaticano“. Non sapendo però indicare le attività che avrebbe portato avanti con questo conto.

L’estorsione evitata grazie alle denunce.
Nel corso delle udienze si è parlato anche delle estorsioni. E di “mega estorsioni”: “Giorni prima del mio arresto nel 2013 a casa di Tripodi, con Salvatore Vita, si parlava di un’estorsione chiusa grande sul Porto di Vibo Marina. Che lo doveva costruire Cascasi, ma l’estorsione era già chiusa, quindi già si parlava di questa mega estorsione che era stata chiusa dal clan Tripodi-Piscopisani”. Ma è uscita fuori anche l’importanza di denunciare e di rivolgersi alle forze dell’ordine: “Sotto casa mia avevano aperto un negozio che mi sembrava si chiamasse Acqua & Sapone, mi hanno detto ‘non lo toccare a questo qua, non mandare nessuna ambasciata per toccarlo, che questo qua ti va a denunciare, perché ci abbiamo provato pure noi, perché prima ce l’aveva sul Corso'”.

Il carabiniere infedele e l’incontro al “Guinness” di Vibo.
Nel corso di un’udienza gli sono poi state mostrate diverse foto, tra cui quella di un uomo: “Questo – ha detto il pentito riconoscendolo – è il carabiniere che dava le informazioni a Giovanni Battaglia e a Francesco Scrugli. L’ho visto in una paninoteca famosa di Vibo Valentia, non mi ricordo adesso come si chiama, ‘Guinness‘, una cosa del genere, ed era in compagnia di sua moglie e di un bambino o di una bambina. Rosario Battaglia gli ha offerto la cena e si avvicinò e ci disse che praticamente dovevano fare un’operazione antidroga tra Pizzo, Briatico, Longobardi, Vibo Marina, che poi è stata fatta realmente, e che il primo ad essere arrestato sarei stato io. E prima ancora invece tramite Giovanni Battaglia ci mandò una ‘mbasciata, che noi eravamo a Palermo alla Festa del Rosario della Madonna, dicendo che eravamo indagati per l’omicidio di Fortunato Patania io, Francesco Scrugli e Davide Fortuna. Poi nel 2014 o 2015 ci ha mandato un’altra ‘mbasciata che diceva che eravamo indagati solo io e Rosario Battaglia, sempre dell’omicidio Patania, che eravamo gli esecutori materiali”.

Le intercettazioni al Bar Tony di Nicotera.
Il pentito ha anche parlato del fatto che sapevano che erano in corso delle intercettazioni all’interno del Bar Tony di Nicotera. Come l’ha saputo? “Daniele Prestanicola, che sarebbe un’altra persona che era vicinissima al clan Tripodi – ha raccontato Raffaele Moscato – ci ha portato una pennetta con dei fascicoli che dovevano fare degli arresti per i Patania”. La pennetta, ha dichiarato, gli era stata consegnata poco prima di Natale del 2012 e “praticamente dentro a questa pennetta c’era l’autopsia di Francesco Scrugli, con le foto, con le cose, c’era di tutto. Però noi quella pennetta l’abbiamo utilizzata poco e niente, solo per guardare l’autopsia e guardare quattro cavolate, perché dopo un mesetto circa ci hanno arrestato”. Non conoscevano quindi i contenuti delle intercettazioni, sapevano solo che erano in corso. “Sapevamo nel senso che dice ‘quando gli fanno l’arresto sicuramente a Pantaleone Mancuso non lo trovano‘, perché lo sapeva pure lui”. “‘Lo sapeva pure lui’. E lei come fa a dirlo?” ha chiesto il pm Annamaria Frustaci. “Si sapeva che dovevano fare gli arresti. Ne erano al corrente tutti – ha risposto il pentito – anche nella zona mia erano al corrente che stavano facendo gli arresti per gli omicidi, perché c’erano delle prove, c’era di tutto là nella pennetta”.