218 anni fa a Paravati nasceva Pasquale Papaleo: bovaro, scrittore e assassino pentito

Gli anni ini cui il rosso sangue colorò il cielo di Paravati, le strade e le campagne divennero campi di battaglia, i vicoli luoghi dai cui guardarsi alle spalle, gli abbracci messaggi cifrati e le strette di mano segnali di morte

Ricorre in questi giorni l’anniversario della nascita di Pasquale Papaleo (Paravati di Mileto – 13 marzo 1803), protagonista di una sanguinosa faida, ma anche letterato dalla penna sapiente, autore di un volume “Specchio per l’incauta gioventù ”. Il libro, di cui stiamo parlando, vide la luce negli anni in cui Papaleo venne richiuso nella colonia penale dell’Isola di Santo Stefano per scontare la pena dell’ergastolo. Il volume un volta ritrovato presso la Biblioteca Reale di Napoli – grazie ad un’imbeccata ricevuta qualche anno prima dal compianto scrittore e storico Gustavo Valente – è stato poi ristampato alla fine degli anni Novanta presso la Mapograf di Vibo Valentia a cura del sottoscritto, di Pasquale Barone e Michele Cordiano per conto della Fondazione “Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime”.

La storia che l’autore ci racconta in questo interessante volume è il racconto di un vita vissuta in un clima di profonda violenza e disperazione, ma anche di sentimenti forti e di amore per la scrittura. Una storia di un altro tempo che contiene a più riprese la condanna senza mezzi termini di qualsiasi forma di violenza, con l’invito chiaro e diretto ai giovani ad intraprendere la strada delle legalità e della giustizia.

Ma chi era Pasquale Papaleo? Quello che si sa lo attingiamo direttamente dalle sue memorie dalle quali si ricava che era venuto al mondo in una povera casa di Paravati, popolata all’epoca (siamo nei primi anni del 1800) quasi esclusivamente da contadini e da qualche notabile che in quegli anni faceva il bello e il cattivo tempo. In tutto poco più di 500 abitanti. Anni di silenzi, di privazioni e di vuoti a perdere e dal coltello facile. In quegli stessi anni si vivono nel piccolo borgo e soprattutto nella vicina Mileto segni di ribellione al governo borbonico, tant’è che il 25 agosto del 1806 entro in città insieme al suo piccolo esercito e con i galloni di “maggiore” il brigante Nicola Gualtieri, detto “Panedigrano” , “il guardiano dei porci” diventato condottiero borbonico, che dopo aver devastato la città e fatto man bassa di migliaia di ducati presso il Palazzo vescovile non contento del bottino decise di catturare sei cittadini, ritenuti antiborbonici, i quali vennero seduta stante passati per le armi. L’eccidio avvenne nell’allora Piazza Avati dove oggi sorge il Palazzo comunale. Ricordiamo i loro nomi: Antonino Romano, Giuseppe Catania, Giuseppe Pata, Francesco Paolo Prestia, Pietro Sciumà e Domenico Sbaglia. Giusto vent’anni prima, precisamente nel 1783, Mileto era stata quasi completamente distrutta da un catastrofico terremoto che semino ovunque distruzione e morte

Ma torniamo alla nostra storia. I genitori del futuro scrittore Papaleo, Saverio e Domenica Jannello accolsero il nascituro con gioia infinita e gli imposero i nomi di Pasquale, Fortunato e Giuseppe. Nel 1806 il genitore del piccolo futuro letterato morì improvvisamente e la madre che aveva altre due figlie femmine da mantenere decise di affidarlo ad un cognato, senza figli, che economicamente se la passava meglio. Il parente, che portava il suo stesso nome, lo accolse con grande affetto e come una grazia dal cielo. Un prete del luogo don Nicola Rottura si occupò della sua istruzione farcendogli imparare i principi della lingua italiana. Ma all’età di 16 anni il ragazzo fu costretto ad abbandonare gli studi in quanto lo zio decise di avviarlo al mestiere di bovaro. Qualche anno dopo Pasquale Papaleo conobbe Rosa Angillieri, tipica bellezza locale, se ne innamorò e dopo un intenso corteggiamento la sposò. Da lei ebbe anche una figlia. “la fresca e vigorosa età dei miei 18 anni e il possedere la donna della mia vita – scriverà più tardi nella sue memorie il giovane bovaro – erano un giusto mezzo per poter vivere comodamente. Una bambina che mia moglie diede alla vita servì per maggiormente farmi nuotare nell’ebbrezza”.

Ma la sera dell’antivigilia di Natale di qualche anno dopo accadde un episodio che porterà il Papaleo sulla strada della violenza, della perdizione e del crimine senza ritorno. Una furibonda lite tra due famiglie, scoppiata davanti alla chiesa del paese, nel corso della quale il giovane bovaro fu chiamato a prendere le difese di un suo cognato, causò il ferimento di Tobia Solano, proprio per mano sua. A partire da quale momento tra i due gruppi familiari non ci fu più pace. Un’ondata di violenza senza precedenti e senza freni sconvolse il paese creando odi, rancori, maldicenze e lutti a non finire. Il rosso sangue colorò il cielo di Paravati, le strade e le campagne divennero campi di battaglia, i vicoli luoghi dai cui guardarsi alle spalle, gli abbracci messaggi cifrati e le strette di mano segnali di morte. Nello scontro tribale in cinque ci rimisero la vita: Tobia e Francesco Solano, Vincenzo Catalano, Giuseppe Rottura e Vincenzo Angillieri.

Pasquale Papaleo riuscì a sopravvivere e dietro le insistenze dei familiari, dopo anni di latitanza nelle foreste circostanti, dove conobbe ogni sorta di privazione si consegnò nella mani della giustizia. Il 28 settembre del 1829 venne richiuso nel carceri di Monteleone (attuale Vibo Valentia), dove venne sottoposto ad ogni sorta di prova da parte di briganti e feroci assassini. Qualche anno dopo venne condannato all’ergastolo per i crimini commessi. Il 25 agosto del 1833 il bovaro-scrittore venne,quindi, trasferito nell’isola di Santo Stefano, dove trascorse da ergastolano gli ultimi anni della sua vita.

Ai giovani, in data 12 novembre 1840, ha lasciato scritto, attraverso il suo manoscritto, un messaggio ancora oggi attuale. “O voi giovani incauti, di cui la superba cervice è pronta per scuotere il santo gioco della legge, e volgerla contro la gran famiglia della società, mirate le nere griglie delle prigioni, ed ivi apprendete a moderare il fuoco delle vostre malsane passioni. E voi, padri di famiglia, conduceteli a visitare i prigionieri, ed ammaestrateli con la loro sventura. E’ più possente l’esempio che la parola, val più la vista di un delinquente che soffre, che tutti i precetti di una raffinata filosofia”. Negli anni seguenti la Calabria fu teatro di diversi moti insurrezionali di stampo mazziniano tutti repressi nel sangue ad opera dei Borbone. Gli eventi e le tragedie che seguirono seppellirono ogni cosa ed a Mileto e dintorni di quella sanguinosa faida tribale che colorò di rosso sangue il cielo di Paravati si perse anche la memoria. Ma a distanza di anni infiniti grazie al ritrovamento di una copia di quel volume, scritto al lume di candela, custodita nella biblioteca reale di Napoli la triste e dolorosa storia di Pasquale Papaleo è ritornata alla luce. Una vittoria della forza dirompente della scrittura sulla morte.