“Basso Profilo”, quei rapporti stretti tra ‘ndrangheta, politica e imprenditoria (NOMI)

Tra i reati contestati vi sono anche quelli di corruzione, turbata libertà degli incanti, truffa ai danno dello Stato, associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio, autoriciclaggio e reati tributari

Cinquanta persone indagate, 13 arrestate e finite in carcere e 35 ai domiciliari; una sottoposta all’obbligo di divieto nel comune di Catanzaro un’altra a quello di presentazione alla polizia giudiziaria. Questo in sintesi il bilancio dell’operazione “Basso Profilo” (denominazione che prende origine proprio dalle regole che i componenti si erano imposti: quello “di mantenere un profilo basso”) e che ha assestato un duro colpo alla ‘ndrangheta, in particolare ad un insieme di “locali” e “’ndrine” distaccate e attive nelle diverse province calabresi.

Associazioni, queste, riferite, tra gli altri, a soggetti di caratura come Nicolino Grande Aracri, Giovanni Trapasso, Alfonso Mannolo e Antonio Santo Bagnato. Una coinvolgimento quello di quest’ultimi che per gli inquirenti non sarebbe affatto di poco conto, se si considera che a ognuno di essi corrisponde una sfera di “competenza territoriale” ben delineata, e che sarebbero tutti in rapporti con l’imprenditore Antonio Gallo, detto “il principino”, definito dagli investigatori come un “jolly” in grado di rapportarsi con i capi di ciascun gruppo mafioso in modo “organico e continuo”. L’ipotesi, in altri termini, è che l’imprenditore avrebbe mostrato di essere in grado di interloquire, anche direttamente, con i boss delle cosche, manifestando così “una significativa caratura criminale e presupponendo una vera e propria appartenenza alla ‘ndrangheta”.

“L’indagine conclusa con gli arresti di questa mattina è la sintesi di quello che diciamo da decenni: la ‘ndrangheta spara sempre meno però corrompe e ha sempre più rapporti nel mondo dell’imprenditoria e della politica”. E’ quanto dichiarato in conferenza stampa il Procuratore Capo di Catanzaro Nicola Gratteri.

UN GIRO D’AFFARI DA 250MILIONI
L’inchiesta, quindi, ha posto l’accento su quello che definisce un gruppo “estremamente coeso, strutturalmente complesso ed altamente organizzato”. Fondamentali sono state le intercettazioni: gli investigatori hanno registrato qualcosa come oltre 266 mila dialoghi (sia telefonici che ambientali) ma contestualmente hanno condotto anche delle indagini presso gli istituti di credito e degli accertamenti patrimoniali su 1800 conti correnti e 388 mila operazioni bancarie, per un giro d’affari calcolato nell’imponente cifra di 250 milioni di euro. Indagini, quindi, che avrebbero confermato la mole di dati riferiti dai collaboratori di giustizia e permesso di confermare l’esistenza di un insieme di “locali” e “’ndrine” distaccate e operanti nel crotonese (a Cirò Marina, Cutro, San Leonardo di Cutro, Isola di Capo Rizzuto, Roccabernarda, Mesoraca) e nel catanzarese (a Botricello, Sellia, Cropani, Catanzaro e Roccelletta di Borgia).

LA FIGURA DI GALLO
Gli investigatori spiegano che grazie dapprima all’intraneità nella cosca di Grande Aracri, e poi al legame, tra gli altri, con Mario Donato Ferrazzo (del locale di Mesoraca), Domenico Megna (del locale di Papanice), dei maggiorenti delle cosche cirotane, di Antonio Santo Bagnato (del locale di Roccabernarda), l’imprenditore, avvalendosi della sua intraprendenza imprenditoriale e veicolando parte dei proventi alle cosche, avrebbe gestito in “regime di sostanziale monopolio” la fornitura di prodotti antinfortunistici alle imprese che eseguivano appalti privati nei territori del settore jonico catanzarese. L’ipotesi, inoltre, è che Gallo si sia procacciato appalti con enti pubblici anche attraverso il potere intimidatorio derivante dal vincolo associativo, curando la gestione di società ritenute fittizie (nelle quali figuravano presunti prestanomi a lui legati) e create allo scopo di incamerare profitti illeciti ingannando l’Erario e gli enti previdenziali, società nelle quali sarebbero stati impiegati dipendenti indicati dalle cosche. Inoltre si sarebbe interfacciato con personaggi politici ai quali avrebbe promesso pacchetti di voti in cambio di favori per sé e per altri, sia nel catanzarese che in altre realtà territoriali.

IL NUOVO “ORO” DEL CRIMINE
Il gruppo, poi, sarebbe stato particolarmente strutturato alla evasione sistematica delle imposte attraverso la costituzione di società fittizie che avrebbero avuto il solo scopo di emettere fatture per operazioni inesistenti, ottenerne il pagamento e retrocedere il denaro alle imprese beneficiarie della frode dietro la corresponsione dell’11% dell’imponibile indicato in fattura, affinché queste ultime potessero ottenere risparmi d’imposta milionari. Il nuovo “oro” delle organizzazioni criminali sarebbero infatti proprio le fatture per operazioni inesistenti, merce che oggi è assai ricercata e “trafficata” per i benefici che può determinare per gli imprenditori disonesti e per le aziende a gestione (o funzionali) della ‘ndrangheta. L’indagine ha consentito di accertare una somma 22 milioni di euro prelevata per contanti, attraverso l’arruolamento da parte dell’organizzazione mafiosa di un folto numero di soggetti prelevatori, vere e proprie “scuderie” in un network complessivo di 159 società fruitrici delle fatture fasulle e ben 86 “cartiere” che avrebbero emesso i documenti falsi. Sono state analizzate e interfacciate alle indagini in corso anche 276 segnalazioni di operazioni finanziarie sospette trasmesse dagli operatori finanziari.

IL BUSINESS DEI DPI
Il settore prediletto sarebbe stato quello dei servizi e della fornitura di dispositivi di protezione individuale: mascherine, caschi, guanti ecc., a copertura del sistema fraudolento, costituendo, parallelamente, diverse aziende cartiere e “filtro” che si sarebbero dedicate, stabilmente, all’emissione delle fatture “false”. Contemporaneamente, i presunti membri dell’organizzazione avrebbero coordinato un drappello di individui incaricati, con costanza e senza soluzione di continuità, di recuperare il denaro corrisposto dalle società beneficiarie della frode, prelevandolo in contanti presso i vari uffici postali dove erano stati accesi specifici conti correnti, e poi retrocedere le somme decurtate del compenso illecito, così come di redigere documentazione fiscale ed amministrativa fittizia e di “arruolare” nuove “teste di legno”. Durante il passaggio delle somme, da cartiera in cartiera, in alcuni casi l’indicazione dell’Iva spariva perché veniva utilizzato l’espediente normativo. Dunque, sarebbero state poi inscenate operazioni di commercializzazione mai realmente avvenute. Gli inquirenti portano ad esempio aziende senza sostanza economica o magazzini affittati ma senza merce, mezzi di trasporto che vi rimanevano per simulare operazioni di scarico e carico. Ma anche migliaia di documenti fiscali ed amministrativi falsi emessi ed annotati nelle scritture contabili, pagamenti realmente eseguiti, tranne, poi, prelevare il denaro e retrocederlo, decurtato dell’11% come compenso per la costruzione e la gestione del sistema fraudolento.

LE AZIENDE “APRI E CHIUDI”
La percentuale riconosciuta variava però a seconda del cliente che richiedeva le fatture fasulle: infatti, quando l’impresa era tra quelle riconducibili a soggetti della criminalità organizzata la percentuale scendeva dall’11% al 7% per acquisire la “captatio benevolentiae” del boss e continuare ad operare indisturbati verso altri imprenditori-clienti, alcuni dei quali acquisiti proprio grazie all’indicazione del capo all’ombra del quale si era operato. Le aziende “apri e chiudi”, tutte gestite da soggetti italiani nullatenenti o di albanesi, individuati dai capi dell’organizzazione, sarebbero state create al solo scopo di far figurare un apparente giro d’affari, in realtà inesistente, e consentire ad altre aziende gestite da imprenditori “reali”, sul mercato, di evadere il Fisco.

Il breve ciclo vitale giocava a favore dell’organizzazione, perché i controlli e l’attività di accertamento dell’Amministrazione Finanziaria non possono andare di pari passo con il dinamismo che deve avere una economia globale.

LE GARE “AGGIUSTATE”
Tra i reati contestati vi sono anche quelli di corruzione, turbata libertà degli incanti, truffa ai danno dello Stato, associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio, autoriciclaggio e reati tributari. Gli investigatori sostengono che l’imprenditore, grazie a una fitta rete di relazioni, sia stato capace di turbare una serie di gare d’appalto investigate dagli uomini della Dia di Catanzaro, e bandite tra il 2017 e il 2018 dalle stazioni appaltanti del Consorzio di bonifica Jonio-Crotonese e Jonio-Catanzarese, per appalti dal valore complessivo di 107 mila euro, relativi alla fornitura di materiali e dispositivi antiinfortunistici in riferimento al “Programma Forestazione 2017”. La turbativa (che si ritiene aggravata dal metodo mafioso) di quelle gare sarebbe stata messa in atto attraverso la presentazione di offerte concordate precedentemente, e laddove l’Antinfortunistica Gallo non fosse riuscito vincitore, sarebbero state messe in atto delle manovre – sotto forma degli affidamenti diretti in via d’urgenza – così da controllare la gara e assicurare comunque un guadagno a Antonio Gallo. Attività risultate aggravate dalla finalità di agevolare la ‘ndrangheta. “In questo sistema, sostenuto da un collante composito fatto di imposizione ‘ndranghetistica e collusione – sostengono gli inquirenti – lo scopo perseguito dal sodalizio criminale è stato quello di garantirsi il controllo del sistema delle gare pubbliche indette dalle stazioni appaltanti calabresi”. In pratica, la tesi è che Gallo, con l’aiuto di politici locali e dipendenti, abbia realizzato numerosi reati contro la pubblica amministrazione con condotte “a monte” delle gare di appalto.

LA COMPLICITÀ DEI PUBBLICI UFFICIALI
Fondamentale, in questo contesto, sarebbe stata la presunta complicità, a vario titolo, di pubblici ufficiali, in particolare direttori, responsabili e funzionari dell’ufficio appalti e contratti, Rup e un membro di commissione dei procedimenti relativi agli appalti, incaricati dalle relative stazioni appaltanti e che nei giorni della preparazione del bando e durante la sua istruttoria si sarebbero seduti a tavola con quello che doveva essere, sin dal principio, il vincitore, finanche andando a cena con soggetti pregiudicati appartenenti alla “locale” di ‘ndrangheta di Mesoraca (nel crotonese). Il RUP e i componenti della commissione avrebbero dovuto – con la loro condotta – favorire l’aggiudicazione dell’appalto attraverso la predisposizione dei bandi inserendo elementi selettivi stringenti o di difficile dotazione per altri partecipanti. Data però l’impossibilità per Gallo di piazzarsi primo in graduatoria, avrebbero così predisposto ogni mezzo per annullare la gara accogliendo l’istanza dell’imprenditore, anche questa concordata con i responsabili del procedimento, così da riservare per gli anni successivi la possibilità di farlo partecipare ad altre gare e porre le premesse per commissionare forniture attraverso affidamenti diretti.

I COMMERCIALISTI “A SERVIZIO”
Le indagini, ancora, avrebbero fatto emergere un complesso ed articolato sistema di interazioni tra imprenditori e consulenti fiscali della zona. Nell’indagine figurano infatti due commercialisti, entrambi originari di Roccabernarda e con studio a Catanzaro lido. Gli imprenditori Antonio Gallo e Andrea Leone – oggi finiti in arresto – avrebbero gestito direttamente o per interposta persona una serie di società cartiere, la cui vita fiscale e ogni altro atto di gestione (trasferimento di sedi, intestazione a terzi, persino cittadini stranieri non in grado di parlare e comprendere la lingua italiana) sarebbe avvenuta sempre con la consulenza e l’indirizzo deciso dai due commercialisti, “nella consapevolezza di esercitare la professione favorendo le organizzazioni criminali”, affermano gli inquirenti. Le investigazioni avrebbero anche accertato che i professionisti, tratti in arresto, date le loro specifiche competenze, avvalendosi di soggetti compiacenti e di società di comodo, avrebbero fatto ricorso fraudolentemente al credito bancario, predisponendo della documentazione fiscale alterata (tra cui bilanci falsi, la presentazione di buste paga fasulle e dichiarazioni dei redditi) per ottenere così finanziamenti e mutui.

IL NOTAIO E GLI ALBANESI PRESTANOME
“I tecnici e professionisti – spiegano difatti gli investigatori – sono assai ricercati dalle organizzazioni criminali” tant’è che il gruppo criminale sarebbe riuscito anche ad avvicinare un notaio, oggi raggiunto dal divieto di dimora a Catanzaro e dal divieto di esercitare la professione per un anno. Il professionista sarebbe servito per concretizzare il passaggio di quote societarie a degli albanesi che, prelevati a Bari e provenienti da Durazzo, sarebbero stati ospitati a Catanzaro e gli sarebbe stato fornito un codice fiscale italiano. Gli stranieri, intestatari fittizi di tante cartiere anche di nuova costituzione, sarebbero stati quindi accompagnati dal notaio per firmare gli atti da questi predisposti ma senza compiere i dovuti controlli di verifica previsti dalla normativa antiriciclaggio.

I PRELIEVI DELL’IMPIEGATA DELLE POSTE
Al servizio dell’associazione ci sarebbe stata anche una impiegata di Poste Italiane che con la sua condotta, ricompensata con uno stipendio fisso al fratello e con altre utilità, avrebbe permesso la monetizzazione delle somme di denaro, agevolando il compimento delle operazioni di prelievo da parte degli associati o dei loro incaricati, omettendo di segnalare, sebbene come intermediario finanziario ne fosse obbligata, le operazioni sospette. L’impiegata avrebbe dunque compiuto direttamente le operazioni su richiesta degli associati (che le consegnavano le carte e i codici pin) dalle Postepay, consegnando poi il denaro prelevato nella disponibilità dell’associazione.

GRATTERI UNA “PERSONA SERIA”
Durante le indagini, sono stati registrati timori dei componenti dell’organizzazione sia verso le dichiarazioni di collaboratori di giustizia sia nei confronti della Dda di Catanzaro e della persona del Procuratore Nicola Gratteri, definito dagli stessi componenti dell’organizzazione “persona seria” che stava scoperchiando “il pentolone” anche se in modo, a loro dire, esagerato. La paura per le parole dei collaboratori si è rivelato più che mai giustificato perché proprio quelle dichiarazioni hanno consentito non tanto di scoprire, quanto di “verificare” delle risultanze di indagine già supportate da prove e riscontri. I componenti del gruppo erano anche in grado di ottenere informazioni sulle operazioni di polizia imminenti attraverso una rete di fonti e connivenze tra le forze dell’ordine.

LA TALPA NELLA GUARDIA DI FINANZA
In questo contesto, spicca la figura di un Luogotenente della Guardia di Finanza, oggi in pensione, anch’egli raggiunto dalla misura custodiale in quanto ancora in servizio all’epoca dei fatti. Gli inquirenti sostengono che con la sua condotta, finalizzata ad ottenere uno stipendio fisso grazie all’assunzione del figlio in una società costituita dall’imprenditore Antonio Gallo in Albania, avrebbe fornito notizie sullo stato dell’indagine “Borderland”, avvicinando i colleghi delegati alle investigazioni, contribuendo a salvaguardare gli interessi di Gallo, di cui sarebbe stato al corrente dei legami con la ‘ndrangheta. Per gli stessi motivi si sarebbero mossi due politici catanzaresi, Tommaso e Saverio Brutto, padre e figlio, l’uno consigliere di minoranza del Comune di Catanzaro, l’altro assessore a Simeri Crichi, entrambi coinvolti nell’operazione.

TALARICO, GLI APPALTI E LA PROVVIGIONE
I due avrebbero auspicato ad un guadagno simile a quello del finanzieri, mettendo in contatto quest’ultimo con l’imprenditore delle cosche, attraverso delle promesse di “entrature” da realizzare con il contributo del segretario Regionale in Calabria dell’Udc, Franco Talarico, attualmente assessore al bilancio della Regione che, a sua volta, avrebbe coinvolto un europarlamentare e altri politici nazionali. Secondo gli inquirenti, Talarico, insieme ai due politici locali, avrebbero guardato a Gallo come un imprenditore di loro riferimento per l’aggiudicazione di grossi appalti per i quali il loro guadagno sarebbe consistito in una provvigione del 5%. Nell’ottica della sicurezza e della segretezza dell’organizzazione sono state registrate delle attività di bonifica da microspie e dispensati consigli per evitare di essere intercettati oppure di essere individuati.

LE MINACCE AGLI “INSOLENTI”
Non sono mancate anche minacce dei vertici verso soggetti ritenuti rei di aver solo pensato ad un eventuale congedo dall’organizzazione, come quelle che il boss Santo Antonio Bagnato in persona avrebbe indirizzato ad un soggetto marginale ma utile per l’attività di riciclaggio dei proventi illeciti. Oppure quelle nei confronti di persone ritenute insolenti perché avrebbero preteso, in un caso specifico da Umberto Gigliotta, detto “mister 100mila”, quanto promessogli economicamente per la fittizia intestazione e monetizzazione, evocando – per convincerli a non denunciare – soggetti della criminalità organizzata catanzarese, del gruppo dei “Gaglianesi”, che è legato alle ‘ndrine di Isola Capo Rizzuto.

IL RUOLO DELL’AGENTE IMMOBILIARE
In questo contesto di minacce, aggravate dal metodo mafioso, spicca anche il nome di un agente immobiliare, Umberto Gigliotta, che è il compare di nozze di Tommaso Trapasso, figlio del boss Giovanni della locale di ‘ndrangheta Mannolo, Trapasso, Falcone, Zoffreo di San Leonardo di Cutro. L’uomo è ritenuto il proprietario “occulto” del Pub-ristorante Mops, tra i più importanti della movida catanzarese, e avrebbe gestito anche altre società cartiere e “spalloni” di denaro, attuando anche minacce tipiche delle associazioni mafiose. L’ipotesi è che Gigliotta abbia costituito delle società fittizie preponendo soci e amministratori senza alcuna capacità reddituale e privi di patrimonio passibile di escussione; ma avrebbe anche aperto conti correnti postali e bancari, a nome di società fittizie e di prestanome nullatenenti, con i quali avrebbe ottenuto affidamenti (subito monetizzati con prelievi in contante, “eludendo qualsivoglia azione esecutiva volta a recuperare i crediti maturati”) e finanziamenti per l’acquisto di beni di lusso, di cui si sarebbe appropriato.

L’INTERMEDIAZIONE DI LORENZO CESA
Nel prosieguo delle indagini è stato possibile appurare come la consorteria ‘ndranghetista, nelle persone di Antonio Gallo, Tommaso Brutto, Saverio Brutto, Antonino Pirrello e Natale Errigo, abbia manifestato la propria ingerenza anche in occasione delle Elezioni Politiche del marzo 2018, per il rinnovo della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. Secondo gli investigatori, nel corso di quelle consultazioni si sarebbe stipulato un “patto di scambio” con Francesco Talarico, allora candidato, e che sarebbe consistito nella promessa di “entrature” per ottenere appalti per la fornitura di prodotti antinfortunistici erogati dalla sua impresa e banditi da enti pubblici e società in house, attraverso la mediazione dell’europarlamentare e segretario dell’Udc Lorenzo Cesa, in cambio della promessa di un “pacchetto” di voti. Talarico avrebbe difatti incontrato incontrava Natale Errigo – che risulta imparentato con esponenti della cosca De Stefano/Tegano di Archi, segnatamente con Francesco Antonio Saraceno, condannato in via definitiva per mafia, Antonio Utano (imparentato, a sua volta, con Paolo Rosario De Stefano Caponera, Paolo Schimizzi e Giuseppe Tegano); Francesco Paolo Votano e Antonino Pirrello (cl. 1979, cugino di Pietro Pirrello cl ’76), sottoposto a indagini nell’ambito della Operazione Alchemia. Questi avrebbero confermato il sostegno elettorale, ed Errigo, peraltro, facendosi chiarire esplicitamente, tramite Gallo, la necessità che i patti venissero onorati, il tutto in cambio di utilità consistite, oltre a quelle già pattuite con allo e Brutto, in altrettante entrature nel settore degli appalti per Natale Errigo, consulente aziendale e referente di imprese che intendeva favorire, e Antonino Pirrello, titolare di una impresa di pulizie con commesse in enti pubblici.

Come è noto, le elezioni si sono concluse con un ottimo risultato (il secondo) per il capolista nel collegio uninominale di Reggio Calabria che, sebbene non eletto, è poi diventato assessore esterno al bilancio e politiche del Personale della Regione Calabria della giunta Santelli. Oggi Natale Errigo, che è finito in carcere per scambio elettorale politico-mafioso, risulta essere stato nominato nella struttura del Commissario straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure di contenimento e contrasto dell’emergenza Covid-19 e fa parte del team cui è affidata, per l’appunto, la distribuzione dei prodotti (mascherine, dispositivi per la sicurezza individuale, il vaccino anti covid) e il contatto con i fornitori e con le strutture destinatarie.

I BENI SEQUESTRATI
Le investigazioni hanno consentito di accertare che i presunti appartenenti al gruppo avrebbero costituito un patrimonio societario e immobiliare grazie ai guadagni delle attività illecite, tramite l’appoggio delle famiglie mafiose. Per questo motivo si sono creati i presupposti per l’emissione – da parte della Procura distrettuale di Catanzaro – di un decreto di sequestro penale nei confronti di 47 soggetti. Tra i beni sottoposti ai sigilli figurano 59 società, 45 immobili, 29 autoveicoli di cui 2 Porsche (una 911 Carrera 4 e una Boxter), 77 conti correnti, 24 carte di credito ricaricabili, una imbarcazione (una Invictus 370), un lingotto d’oro e un Rolex.

In carcere

Antonio Santo Bagnato
Eliodoro Carduccelli
Ercole D’Alessandro
Luciano D’Alessandro
Vincenzo De Luca
Concetta Di Noja
Natale Errigo
Carmine Falcone
Antonio Gallo
Umberto Gigliotta
Andrea Leone
Antonino Pirrello
Tommaso Rosa

Arresti domiciliari

Luigi Alecce
Annarita Antonelli
Henrik Baci
Elena Banu
Giuseppe Bonofiglio
Rosario Bonofilgio
Tommaso Brutto
Saverio Brutto
Ilenia Cerenzia
Nicola Cirillo
Eugenia Curcio
Giulio Docimo
Antonella Drosi
Valerio Antonio Drosi
Mario Esposito
Santo Saltella
Glenda Giglio
Giuseppe La Bernarda
Rodolfo La Bernarda
Giuseppe Lamanna
Francesco Lerose
Francesco Mantella
Ieso Marinaro
Daniela Paonessa
Raffaele Posca
Victoria Rosa
Giuseppe Selvino
Maria Teresa Sinopoli
Francesco Talarico
Luca Torcia
Rosa Torcia
Giuseppe Truglia
Pino Volpe
Alberto Zavatta
Claudio Zavatta.

Divieto di dimora
Il gip ha disposto per il notaio Rocco Guglielmo il divieto di dimora nel Comune di Catanzaro e il divieto di esercitare la professione per la durata di un anno. Misura cautelare del divieto di dimora nel comune di Catanzaro, unitamente all’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per Odeta Hasaj.