Rinascita, ecco com’è andato il primo giorno di maxi processo

Dalla decisione dei giudici alla questione sicurezza, passando per il botta e rispostra tra Gratteri e un avvocato e il divieto di fare riprese. Questo l’inizio di un processo destinato a rimanere nella storia

Dopo l’udienza preliminare celebrata a Roma, nell’aula bunker del carcere di Rebibbia, ieri 13 gennaio 2021 ha ufficialmente preso il via il maxi processo contro la ‘ndrangheta vibonese. Com’è andata la prima di questo storico evento? Dal punto di vista strettamente giudiziario è stata, da un lato, una “falsa partenza”; dall’altro, invece, abbiamo assistito a un vivace movimento per essere “solo” la prima udienza. Abbiamo parlato di “falsa partenza” (clicca QUI per approfondire) perchè i tre giudici del collegio hanno deciso di presentare istanza di astensione. In altre parole: vista la loro probabile “incompatibilità” lasciano il processo, con il Tribunale che dovrà ora nominare tre nuovi membri. “Io mi fermo qui, sono venuta solo per dovere d’ufficio” ha precisato il presidente Tiziana Macrì in aula. Dall’altra parte, invece – nonostante un lunghissimo appello (di oltre 2 ore) e le discussioni sull’astensione – c’è stato il tempo di un botta e risposta tra Gratteri e un avvocato – “basta bugie” ha tuonato il magistrato, che si è scagliato contro i tentativi di far andare il processo per le lunghe – e anche l’occasione per il procuratore di Catanzaro di informare di inedite rivelazioni di un nuovo pentito sulla strategia processuale, della ‘ndrangheta, per affrontare il maxi processo: far andare tutti gli imputati nel procedimento con rito ordinario così da far passare il tempo e ottenere, in attesa della sentenza, la scarcerazione.

Questione sicurezza. Dal punto di vista della sicurezza si può indubbiamente dire “buona la prima”. Tutto ha funzionato perfettamente: dai diversi varchi per entrare nella struttura al passaggio per il metal detector a cui tutti – tutti – dovevano sottoporsi anche se si allontanavano solo per un attimo dall’aula (e non ci sono stati comportamenti “leggeri” della sicurezza, come, purtroppo, siamo soliti osservare). E anche l’enorme dispiegamento all’esterno – e le decine di carabinieri all’interno della vasta aula bunker – ha assicurato tranquillità ai presenti, con tutte le forze dell’ordine operative e con la presenza di militari e di un elicottero a sorvegliare costantemente il perimetro. Guardando dalla finestra, infatti, capitava spesso di vedere membri dell’esercito intenti a controllare la zona.

Il divieto di riprese audio-video. Merita di essere citato, infine, il tasto dolente delle riprese. In questi giorni è stato frequente il paragone con il maxi processo a Cosa Nostra – quello condotto da Falcone e Borsellino – dove le riprese hanno consentito di documentare per i presenti e per i posteri quanto è successo in quell’aula di tribunale. Per decisione del giudice Cavasino – tra coloro che hanno deciso di astenersi – è stato invece vietato di riprendere l’udienza, così come di fare foto. Come hanno spiegato ai giornalisti presenti, infatti, era tutto consentito ma solo fino a quando i tre giudici non fossero saliti sulla loro postazione, proprio sotto la grande scritta “la legge è uguale per tutti”. Si tratta sicuramente di un vulnus democratico che impedisce alla stampa di compiere il proprio dovere: fare da cane da guardia per verificare e documentare che tutto venga fatto per bene, secondo la legge, a tutela sia della Procura che degli imputati. Se dovesse succedere un fatto eclatante, destinato a rimanere nella storia nel bene o nel male, è giusto che non possa essere documentato? C’è il racconto scritto, certo, ma quello passa sempre per un’interpretazione giornalistica per quanto si cerchi di rimanere obiettivi. Le riprese, invece, riportano i fatti nudi e crudi: l’arma migliore a tutela della democrazia. (a.s.)

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