Pittelli devastato dal carcere: “Abbandonato in una cella immonda. Non ho potuto difendermi”

Dopo aver scelto il silenzio durante l’interrogatorio di garanzia, l’ex parlamentare chiede di essere sentito dal gip di Catanzaro. Tra i punti da chiarire c’è il giallo del manoscritto

“Pittelli non è mai stato messo nelle condizioni di difendersi in maniera appropriata: in un primo momento perché troppo breve il periodo per studiare la marea di atti notificatigli, in un secondo momento per la ritenuta inopportunità di rispondere ad un pm estraneo al processo. Nei fatti non è stato mai messo nelle condizioni di interloquire con coloro i quali ne hanno disposto la carcerazione”. Si tratta dello stralcio della corposa istanza depositata al gip di Catanzaro dai legali Salvatore Staiano e Guido Contestabile, difensori del noto penalista catanzarese, indagato nella maxi inchiesta della Dda di Catanzaro Rinascita Scott contro la ‘ndrangheta del Vibonese. Un’istanza in cui chiedono la scarcerazione o la sostituzione della misura carceraria con gli arresti domiciliari, richiesta subordinata all’interrogatorio del loro assistito davanti al giudice Barbara Saccà, lo stesso giudice che ha firmato l’ordinanza di misura cautelare in carcere e di fronte al quale l’ex parlamentare di Forza Italia aveva scelto di restare in silenzio durante l’interrogatorio di garanzia, pur facendo sapere tramite i suoi legali che per lui l’appuntamento con il gip era solo rimandato, perché emotivamente provato dall’arresto. “Guardi io sono dalle 3.20 di tre giorni fa in condizioni di semi allucinazione per cui non ho assolutamente letto nulla, salvo le imputazioni. Sono stato tenuto fino alle 20 in Legione dai Carabinieri dopo una perquisizione di un intero giorno”.

“Le contestazioni assurde”.  Pittelli durante l’interrogatorio di garanzia, poche ore dopo l’arresto, ha fornito le motivazioni della scelta di avvalersi della facoltà di non rispondere, rendendo, però, dichiarazioni spontanee davanti al giudice e al pm Annamaria Frustaci, contitolare dell’inchiesta. “Sono stato portato in carcere in una cella dove c’è un giaciglio di ferro con cinque centimetri di gommapiuma lurida e uno stesso giaciglio per la testa di due centimetri altrettanto lurida, in una cella indicibilmente immonda, senza provvista di acqua, senza provvista neanche di sigaretta o di generi di conforto. Non sono in condizioni di parlare compiutamente delle contestazioni che vengono fatte a mio carico. Posso dire semplicemente che trovo le contestazioni per quelle che ho letto del tutto assurde, io non sono un massone, ma soprattutto non sono un mafioso. Sono massone in quanto appartenente a un circolo dal 1983 finoall’84 in cui mi dimisi perché lo ritenevo una cosa molto… anacronistica e ridicola, dopodichè ci sono rientrato per spinta di un medico soveratese nel 2017, proprio a patto che si rinverdisse la tradizione liberale massonica come ideologia, non ci sono mai andato, non ho mai approfittato, ho dovuto approfittarne semplicemente per le mie difficoltà nate da una grande truffa che ho subito negli anni 2006-2007 per i quali pagherò fino al 2029, per il momento non ho altro da aggiungere”. Dopo di allora si sono susseguiti altre istanze, al Riesame, appelli cautelari, il ricorso in Cassazione che pur avendo annullato senza rinvio il reato di abuso di ufficio, due ipotesi di rivelazione del segreto di ufficio e riqualificato il concorso esterno per aver agevolato il boss Luigi Mancuso ad uno “ordinario” concorso esterno in associazione mafiosa , ha confermato il carcere come lo hanno fatto gli altri giudici. Nelle more è arrivato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari e Giancarlo Pittelli è stato tra i 479 indagati uno di quelli che ha chiesto di essere ascoltato dalla Dda di Catanzaro, avvalendosi della facoltà di difesa concessa per legge quando l’inchiesta arriva al capolinea. L’interrogatorio viene fissato per l’11 luglio, ma nel carcere di Nuoro, dove Pittelli è attualmente detenuto non si presenta nessuno dei contitolari dell’inchiesta della Dda: viene delegato per rogatoria ad un collega di Nuoro, il pm Ireno Satta.

“Lasciato in una branda”. “Non intendo rispondere, ma rilascio dichiarazioni spontanee: Premetto che in questa fase mi sarei aspettato di essere interrogato dai pm titolari delle indagini, sono stato arrestato alle 3.30 del mattino e fino alle 17 sono stato con la Polizia giudiziaria nel mio studio, sono entrato in carcere alle 21 circa senza mangiare né bere, per poi essere lasciato in una branda. Il giorno seguente, oltre ad essere rimasto nella stessa branda, avrebbero preteso che io leggessi 30 volumi in 24 ore. La mattina alle 9 senza conoscere gli atti avrei dovuto rendere interrogatorio di garanzia. Mi sono avvalso della facoltà di non rispondere per questa ragione e alla 15 dello stesso giorno con un volo militare sono stato trasferito a Nuoro. I miei avvocati hanno sollecitato più volte i pubblici ministeri di Catanzaro al fine di espletare direttamente l’interrogatorio, mi è stato negato anche questo. Questa è la ragione per la quale oggi non intendo rispondere. Lunedì mattina i miei difensori proporranno al gip di Catanzaro istanza per provocare l’espletamento di un interrogatorio. Devo precisare che dopo il mancato interrogatorio di garanzia ho proposto istanza al Riesame: sono stato tradotto a Sassari alle 9 del mattino e sono rimasto in attesa di poter rendere dichiarazioni fino alle 21 e il presidente mi disse espressamente che avrei dovuto contenere la mia difesa entro 10 minuti. A quel punto rinunciai parzialmente”.

Il giallo del manoscritto. Nella richiesta di interrogatorio pendente al gip, gli avvocati difensori hanno allegato una serie di atti, tra cui l’interrogatorio di garanzia davanti al gip e quello davanti al pm di Nuoro, una consulenza psichiatrica, molto poco rassicurante e il manoscritto di Pittelli, ritrovato dai carabinieri del Ros, il 19 dicembre dell’anno scorso, il giorno del suo arresto. Una sorta di promemoria, che secondo gli investigatori contiene riferimenti all’indagine di cui, l’avvocato penalista, sospeso dall’Ordine non avrebbe potuto e dovuto avere cognizione. Per i legali dell’indagato, personaggio chiave dell’indagine, in quel manoscritto non c’è Rinascita Scott, “perché ci sono tante altre diciture completamente irrilevanti. Ma la spiegazione di quel manoscritto e della conoscenza dell’indagine la può dare solo Pittelli, che per la prima volta, chiede di poter interloquire in maniera dettagliata sul punto”.

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