Soldi per scarcerare un boss, le rivelazioni di due legali inguaiano l’avvocato Veneto

Negli atti dell’avviso di conclusione delle indagini le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia e l’intercettazione captata di un legale

Negli atti dell’avviso di conclusione delle indagini della Dda di Catanzaro, notificato qualche settimana fa al presidente dell’unione delle Camere penali, l’avvocato Armando Veneto, nel mirino della distrettuale per corruzione in atti giudiziari e concorso esterno insieme ad altri sei indagati, spuntano l’intercettazione captate nello studio dell’avvocato Vincenzo Minasi e le dichiarazioni rese da un altro legale, divenuto collaboratore di giustizia Vittorio Pisani.  Bisogna ritornare indietro nel tempo per comprendere i fatti processuali.

I fatti.  Il 17 agosto 2009 nel carcere di Bologna viene intercettato un dialogo tra l’esponente del clan Bellocco Rocco Gaetano Gallo e sua moglie. Nel corso del colloquio i due sostenevano la necessità di nominare come difensore l’avvocato Veneto che avrebbe potuto contare sull’amicizia di un giudice. In un altro dialogo captato Rocco Bellocco “consigliava” agli avvocati di presentare ricorso al Riesame di Reggio Calabria davanti ai giudici di una determinata sezione. In effetti l’ordinanza che aveva portato dietro le sbarre i Bellocco  venne annullata dai giudici del Tdl reggino. Le indagini investigative si erano focalizzate sul giudice Giancarlo Giusti, morto suicida nel 2015.

Indagine archiviata e riaperta.  La Dda di Catanzaro decise di mettere sotto controllo i telefoni dell’avvocato Veneto e del giudice Giusti alla ricerca di contatti anomali, ma l’allora pm della Dda Vincenzo Luberto, ora trasferito di sede e di funzioni perché indagato dalla Procura di Salerno, concluse che “dalla disamina degli esiti si è escluso qualsiasi contatto anche solo sospetto” e l’inchiesta  viene archiviata per poi essere riaperta nel 2011, quando  la Procura di Reggio trasmette ai colleghi di Catanzaro un nuova intercettazione. Viene registrata nello studio dell’avvocato Minasi una conversazione con due esponenti del clan Gallico, in cui il legale sosteneva di potere fare affidamento sui favori di un giudice, identificabile in Giusti. Quest’ultimo, raccontava sempre Minasi, sarebbe stato corrotto dall’avvocato Veneto per ottenere la scarcerazione dei Bellocco.

Il collaboratore di giustizia.  E’ l’avvocato Pisani a raccontare ai magistrati della Dda alcune confidenze che gli sarebbero state fatte proprio da Veneto. “Conosco l’avvocato Armando Veneto quantomeno dal 2001 e nel 2011 il legale fu nominato da Marcello Pesce e nella circostanza mi domandò che tipo di persone fossero i Pesce, in particolare mi chiese se erano affidabili dal punto di vista dei pagamenti e della riservatezza. Aggiunse che nell’ultimo periodo si era trovato male con i clienti provenienti da Rosarno, in particolare fece riferimento alla difesa di Rocco Gaetano Gallo (cosca Bellocco) davanti alla sezione feriale del Tribunale del Riesame nel 2009. Precisò che conosceva bene il dottor Giusti, che componeva quel collegio, in quanto lui (o la moglie, ora non ricordo) aveva fatto pratica nel suo studio. Nella circostanza Veneto ammise di aver avvicinato Giusti e si lamentò con me del fatto che poi i suoi assistiti ne avevano parlato durante i colloqui intercettati”. Ma Pisani racconta anche un altro episodio che sarebbe accaduto nell’ambito del processo scaturito dall’inchiesta All Inside sulle infiltrazioni dei clan nel Porto di Gioia Tauro. Pisani sostiene di aver saputo che l’avvocato Veneto “aveva chiesto e ottenuto 50mila euro e che al momento della consegna della somma fece capire che non servivano per il compenso professionale ma si trattava di soldi necessari per ottenere l’assoluzione in altro modo”. Assoluzione che poi però non c’è stata. Il principe delle toghe calabresi potrà fornire la sua versione dei fatti alla Dda di Catanzaro in merito alle accuse contestate.

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