Mazzetta da 150mila euro per un processo, le accuse che inguaiano il commercialista

Per il gip esiste il rischio che Schiavone, perito nominato in procedimenti giudiziari possa inquinare le prove sulle indagini in corso

Il commercialista, il medico e l’avvocato. Tre professionisti che si muovono per corrompere l’ex presidente della Corte di appello di Catanzaro Marco Petrini con un unico obiettivo:  cambiare il verdetto di una sentenza e ottenere il dissequestro di beni dietro compenso in denaro. E’ quanto emerge nell’ordinanza della misura cautelare in carcere emessa nei confronti di Antonio Claudio Schiavone, 55 anni, di Rende e vergata dal gip del Tribunale di Salerno Giovanna Pacifico nell’ambito dell’inchiesta “Genesi”.

Il patto corruttivo da 150mila euro.  In particolare il commercialista Schiavone, avrebbe ricevuto nel febbraio-marzo 2019 dall’avvocato Francesco Saraco la promessa della somma complessiva di 150mila euro, con effettiva consegna quasi immediata di 60mila euro nel suo studio a Cosenza. Somma destinata a corrompere il giudice Petrini per ottenere nel processo di appello Itaca Free Boat una sentenza di assoluzione a favore del padre Antonio Saraco. Avrebbe rassicurato in data 30 marzo 2019 il medico Emilio Santoro detto Mario, che all’esito del processo di Appello, a seguito della riduzione della pena nei confronti di Maurizio Gallelli da 16 a 6 anni e del proscioglimento di Antonio Saraco, la famiglia Saraco avrebbe eseguito i pagamenti promessi al giudice Petrini. Ma c’è dell’altro. Su incarico ricevuto da Francesco Saraco, Antonio Claudio Schiavone, alla presenza di Santoro, nel mese di febbraio-marzo 2018, all’interno dell’ascensore dell’abitazione Petrini, avrebbe consegnato al giudice una busta contenente la somma di 10mila euro. Denaro che Petrini riceveva per compiere un atto contrario ai doveri del proprio ufficio e più precisamente per adottare l’1 agosto 2018, quale presidente del collegio della sezione feriale della Corte di appello di Catanzaro, un’ordinanza di revoca parziale del sequestro di immobili nei confronti di componenti della famiglia Saraco. Con l’aggravante di aver agito al fine di agevolare la cosca di ‘ndrangheta Gallace-Gallelli di Guardavalle.

Il mercinomio delle pubbliche funzioni.  “Appare chiara la sussistenza del pericolo che l’indagato possa commettere altri gravi reati. Comportamenti delittuosi reiterati dall’indagato- scrive il gip- nell’arco temporale di svolgimento delle indagini e di monitoraggio intercettivo a conferma della dedizione di Schiavone al compromesso e al mercinomio delle pubbliche funzioni”. Schiavone, commercialista e consulente in procedimenti pendenti dinanzi all’autorità giudiziaria, in base alle dichiarazioni univoche sul punto rese agli inquirenti da Francesco Saraco, Petrini e Santoro, potrebbe, se si ripresentassero in futuro “ulteriori occasioni per delinquere, ricadere nel delitto, considerate le entrature  e le capacità  già dimostrate dall’indagato di intessere relazioni, anche ad alti livelli della pubblica amministrazione, dirette a stringere patti illeciti in cui le pubbliche funzioni, proprie e altrui sono drammaticamente svilite e ridotte ad un prezzo da concordare fra i sodali”.

Inquinamento di prove. Per il gip, il pericolo di inquinamento è attuale, dove si consideri che le indagini sono tuttora in corso ed esiste la necessità di acquisire ulteriori elementi atti a definire ruoli e coinvolgimenti nelle vicende corruttive investigative. “Il rischio di inquinamento probatorio appare più concreto, tenuto conto anche delle entrature e dei contatti che l’indagato ha dimostrato di saper instaurare e mantenere, potrebbe agevolmente stabilire rapide comunicazioni, sia con i coindagati, sia con altre persone informate sui fatti”. Schiavone, secondo il gip, è solito ricorrere a veri e propri prestanomi anche nello svolgimento delle pubbliche funzioni di consulente – perito nominato in procedimenti giudiziari, dato che conferma “il pericolo che l’indagato, possa, se lasciato libero, interferire nell’acquisizione di materiale probatorio, eludendo le risultanze. Vero è che Schiavone è incensurato e immune da carichi pendenti, ma le misure meno afflittive rispetto al carcere presuppongono una capacità di autolimitazione dei destinatari che l’indagato ha dimostrato di non possedere. Risulta evidente la inidoneità degli arresti domiciliari, anche ristretti, in considerazione dell’elevatissimo rischio di inquinamento probatorio”.

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