La complessa e articolata attività investigativa, convenzionalmente denominata “Libera Fortezza”, è stata avviata dalla Compagnia Carabinieri di Taurianova nel 2014 e successivamente integrata e riattualizzata, con ulteriori indagini dei carabinieri e anche con l’apporto specialistico del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Reggio Calabria. E' l'inchiesta che ha portato all'arresto di 22 persone accusate di far parte o di aver favorito la cosca di 'ndrangheta "Longo-Versace" di Polistena.

L'imprenditore "strozzato" dal clan. La genesi dell’indagine è rappresentata da un mirato controllo dei Carabinieri della Stazione di Polistena effettuato nei confronti di un imprenditore locale, il quale confidava ai militari le numerose difficoltà economiche che stava attraversando e di essere sotto il giogo di esponenti della criminalità organizzata locale. L’uomo infatti, era stato costretto a ricorrere a svariati prestiti, risultati poi usurari e attuati con modalità estorsive. Lo sviluppo dell’attività investigativa ha permesso di individuare altre numerose vittime e di appurare quindi l’esistenza di una vera e propria rete di usurai ed estortori facente capo alla nota e giudiziariamente riconosciuta cosca di ‘ndrangheta “Longo-Versace”, la quale, attraverso i suoi affiliati e avvalendosi della forza di intimidazione e della condizione di assoggettamento e omertà del territorio, aveva lo scopo di conseguire vantaggi patrimoniali dall’erogazione di prestiti usurari a imprenditori e commercianti in difficoltà economiche e dall’imposizione di pretese estorsive; creare un sistema di pronta reperibilità del credito, basato sulla concessione abusiva di finanziamenti al di fuori del circuito bancario autorizzato, acquisendo direttamente o indirettamente la gestione e/o il controllo di attività economiche nei più svariati settori, per poi riciclare il denaro attraverso il reimpiego di assegni “in bianco” pretesi dalle vittime, con la compiacenza di altri imprenditori; mantenere il controllo egemonico sul territorio, realizzato attraverso la sottoposizione delle vittime ad una condizione di dipendenza economica, ma anche attraverso il compimento di atti intimidatori; commettere delitti contro il patrimonio, contro la vita e l’incolumità e individuale e le armi, e intervenire nelle controversie altrui al fine di consolidare il controllo egemonico del territorio. Tra queste ultime, numerosi sono gli episodi in cui i sodali si rivolgevano ai vertici dell’organizzazione per risolvere in proprio favore minacce ricevute, danni, truffe subite, ma anche per la raccolta della legna, o risolvere il problema della concorrenza di altri esercizi commerciali.

Le ipotesi accusatorie. La Direzione distrettuale antimafia ha quindi delegato il Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza, con particolare riferimento agli episodi di usura accertati nel corso delle indagini e per approfondire la natura dei prestiti personali pattuiti tra i sodali e le vittime. Secondo gli inquirenti sarebbe stata superata in tutti i casi accertati la cosiddetta “soglia” prevista per legge - ovvero del limite oltre il quale, nella restituzione di un prestito, si commette il reato di usura. Sono così stati calcolati in circa euro 144.000 euro gli interessi indebitamente corrisposti dai malcapitati, anche attraverso condotte estorsive aggravate dal metodo mafioso. "Si pensi, a titolo di esempio, che in uno degli episodi di usura ricostruiti attraverso le indagini condotte dalla Compagnia Carabinieri di Taurianova, a fronte di un prestito personale originario di 15.000 euro, un imprenditore - - spiega in un comunicato stampa la Procura di Reggio Calabria - ha restituito, attraverso minacce e pressioni degli indagati derivanti dallo loro vicinanza da ambienti criminali, in circa due anni, ben 55.000 euro a titolo di soli interessi, corrisposti ad un tasso usurario superiore del 200% a quello soglia, restando comunque debitore per la restituzione del capitale".

Il modus operandi. Secondo le indagini dopo aver accuratamente individuato la vittima bisognosa e dopo aver concesso il prestito in denaro, si otteneva la promessa di restituzione di un importo maggiorato di un oneroso e illecito tasso d’interesse variabile, che è arrivato fino al 1.756,40% su base annua (27,56% su base mensile); al momento della dazione del prestito in contanti, i sodali si facevano consegnare assegni “in bianco”, di un importo comprensivo del capitale prestato e dell’interesse del solo primo mese, a titolo di garanzia in caso di inadempimento; dopo la dazione del prestito, la vittima era obbligata al pagamento di interessi mensili aggiuntivi fino a quando non fosse riuscita a restituire in un’unica soluzione, il capitale sommato all’interesse; in caso di mancato pagamento le vittime venivano minacciate e/o subivano azioni intimidatorie, facendo leva sull’appartenenza all’ndrangheta degli interessati alla restituzione; alcune vittime assumevano il ruolo ambiguo di tramite per far pervenire le minacce dei sodali a terzi soggetti, o, a loro volta, tentavano di saldare il proprio debito facendo da tramite perelargire altri prestiti usurai; creavano un articolato sistema di riciclaggio, con il coinvolgimento di più persone, finalizzato alla sostituzione di una grande quantità di assegni di provenienza delittuosa con denaro contante, che a sua volta continuava ad alimentare il sistema illecito di finanziamento.

I ruoli e le accuse. L’operazione ha colpito capi, discendenti e gregari della cosca di ‘ndrangheta “Longo-Versace” e gli inquirenti hanno documentato i rispettivi ruoli ricoperti all’interno del sodalizio mafioso. Luigi Versace, Domenico Giardino e Diego Lamanna sarebbero i capi e gli organizzatori della cosca. Secondo le ricostruzioni degli investigatori avrebbero avuto compiti di decisione delle modalità di gestione degli affari del sodalizio, di individuazione delle azioni delittuose da compiere, di valutazione della solvibilità dei debitori e di composizione delle conflittualità tra gli affiliati o con terzi appartenenti a cosche differenti. Vincenzo Rao avrebbe invece ricoperto il ruolo di organizzatore e gestore dei rapporti economici della consorteria con i numerosi debitori, destinatari di continue erogazioni del credito, nonché quale ‘contabile’ delle pendenze creditorie non ancora soddisfatte e riferibili al sodalizio. Claudio Circosta, Francesco Circosta Francesco, Fabio Ierace, Francesco Longo, Cesare Longordo, Vincenzo Politanò, Maria Pronestì, Antonio Raco, Mariaconcetta Tibullo, Andrea Valerioti, Antonio Zerbi avrebbero invece rivestito il ruolo di partecipi all’organizzazione di tipo mafioso, con compiti di esecuzione degli ordini e direttive dei capi, e con funzioni operative manifestatesi nel porre in essere quotidiane azioni intimidatorie, volte a mantenere il controllo del territorio polistenese, nel procacciamento delle vittime dei reati contro il patrimonio, nella riscossione dei proventi dei reati, e nella cooperazione con gli altri associati nella realizzazione del programma criminoso del gruppo; Giovanni Sposato e Francesco Domenico Sposato, esponenti dell’omonima cosca operante a Taurianova, pur non ritenuti affiliati alla cosca “Longo-Versace”, avrebbero invece fornito determinante contributo alle finalità del sodalizio polistenese, facendo desistere - secondo l'accusa - mediante minacce, due imprenditori di Taurianova ad avviare un bar-pasticceria a Polistena, concorrente ad analoga attività commerciale di Mariaconcetta Tibullo (vicenda ricostruita grazie a paralleli accertamenti investigativi svolti dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria).

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