Coronavirus, violenza sulle donne: +75% in Italia ma denunce in calo in Calabria

Riduzione drastica delle richieste di aiuto causata da una “sospensione” della propria vita durante l’emergenza sanitaria. Ecco come fare per chiedere aiuto

Quanto le nostre vite sono rimaste sospese, quasi fossero in standby, a causa del Coronavirus? Si continua a lavorare quando possibile, si provano a mandare avanti le proprie attività e si cerca di non restare “bloccati”. Ma pensiamo a quante idee, progetti, programmi sono rimasti fermi a causa dell’emergenza sanitaria. Quanti sogni e buone intenzioni abbiamo deciso di rimandare “a tempi migliori”. È proprio questa “sospensione” della vita che ha causato un drastico calo delle chiamate di aiuto ai centri di antiviolenza calabresi. Perchè se da un lato la rete D.i.Re. (“Donne in rete contro la violenza”) ha constatato a livello nazionale un aumento mensile del 75% delle richieste di supporto, dall’altro la Calabria ha visto una riduzione non indifferente delle denunce.

Crollo delle chiamate in Calabria. “C’è un blocco della propria vita, è come se la propria esistenza in questo momento fosse sospesa e in questa ‘sospensione’ qualunque decisione non viene presa: non si riesce a vedere un’alternativa diversa”. A spiegarlo ai nostri microfoni è Stefania Figliuzzi, presidente del centro “Attivamente coinvolte” – operativo nel Vibonese e in provincia di Catanzaro – e segretaria del coordinamento regionale dei centri antiviolenza. “Abbiamo fatto questa raccolta di dati – prosegue – per capire l’evoluzione delle violenze durante l’isolamento obbligatorio. Il territorio calabrese purtroppo non sta rispondendo come sta capitando sul territorio italiano. In alcune regioni si sta riscontrando un maggiore numero di telefonate, ma in Calabria c’è stato invece un crollo sostanziale”. Provando a dare qualche numero? “Consideriamo che prima arrivavano in media 20 telefonate al mese di donne ‘nuove’, che non avevano mai denunciato, in questo momento nei nostri centri ne sono arrivate 3-4, non di più”.

L’emergenza sanitaria ha aumentato le difficoltà. Un’oretta prima della nostra intervista Stefania Figliuzzi ha ricevuto una telefonata dalla Questura di Vibo Valentia, proprio per una richiesta di aiuto. “Sono donne che si trovano in grande difficoltà: mentre prima si riusciva a gestire la situazione di violenza perché magari l’uomo ogni tanto usciva, andava a lavoro, quindi il tempo da gestire era minore, adesso invece hanno poca disponibilità di andare a fare quella famosa chiamata di richiesta di aiuto”. Con una convivenza forzata che influisce anche sulla difficoltà nel capire che la colpa non è mai della donna, ma sempre e comunque dell’uomo violento.

I consigli per le donne che vogliono chiedere aiuto. A causa del lockdown aspettare che l’uomo esca di casa per chiedere aiuto non è sempre possibile, ma questo non dev’essere considerato un ostacolo. Il messaggio è chiaro: “Anche se vai a buttare la spazzatura, se vai in farmacia, quando vai a fare la spesa… se sei in pericolo chiamaci”. Insieme a qualche consiglio utile per arrivare pronti, se possibile, alla fuga: “Consigliamo di iniziare a raccogliere tutti i documenti, anche dei figli, per un’eventuale ‘uscita’; raccogliere un minimo di soldi, solo se naturalmente se ne ha la possibilità; tenere pronta una valigia e nasconderla”. Ma anche creare, se possibile, un gruppo di rete con amici o vicini pronti a intervenire in caso di estremo pericolo, “perchè il vicino è quello che può sicuramente sentire le grida”. Altri consigli? “Sicuramente in caso di difficoltà non andare mai in cucina perchè ci sono gli utensili più pericolosi, e di cercare la via di fuga sempre dalla porta d’ingresso o al massimo chiudersi nel bagno a doppia mandata e chiamare i soccorsi”.

L’assistenza durante l’emergenza Coronavirus. Con il problema di un’eventuale positività al virus a volte non è possibile far entrare nelle case rifugio, per non rischiare di infettare chi è già dentro, le donne in difficoltà. Ma per ogni problema è stata trovata una soluzione. “La stessa ministra ha delegato i prefetti per cercare altre disponibilità sul territorio per la ‘messa in sicurezza’ in caso di emergenza. Io personalmente mi sto attivando sul territorio di Vibo per creare delle formule alternative: convenzioni con privati, con B&B, o con dei residence”. In altre parole: “Delle strutture convenzionate che offrono un posto dove stare per qualche giorno, giusto il tempo di valutare con le autorità sanitarie se possibile l’ingresso nelle case rifugio”. Ovviamente senza nessun costo per le donne.

Il problema della dipendenza economica. Ma questo crollo delle chiamate, è causato dal fatto che in Calabria è più difficile decidere di denunciare? “Il problema principale per le donne, soprattutto in Calabria ma in generale al Sud, è la dipendenza economica. Spesso non chiedono aiuto perchè hanno paura di quello che le aspetta dopo l’uscita dalla famiglia, perchè non hanno un mantenimento. Quindi noi stiamo lavorando anche sulla parte economica per creare delle forme alternative di reinserimento, per far si che nel momento in cui la donna verrà accolta inizierà un percorso individuale che riguarderà anche una rivalutazione delle competenze lavorative che permetta di trovare un’occupazione”. Un aspetto non secondario perchè, come sottolinea Figliuzzi, “solamente dando una concreta possibilità alla donna la si può aiutare a decidere di uscire dalla situazione ‘bloccata’ di spirale della violenza”.

Al calo seguirà un boom. Il presentimento però è che, come già successo in altri Paesi a livello internazionale, al calo drastico seguirà un “boom”, perchè le donne “sono riuscite a ‘resistere’ per tanto tempo, ma quando poi le relazioni si saturano scoppia la scintilla e a quel punto c’è un grande numero di chiamate. Noi stiamo cercando di arrivare preparati a gestire tutte le eventuali richieste di aiuto”.

Come chiedere aiuto. “Alle donne vittime di violenza voglio dire che noi ci siamo, i centri antiviolenza sono sempre operativi e noi siamo sempre a disposizione per aiutarle”. E ci informa anche di aver attivato una serie di protocolli con diversi comuni calabresi, tanto che “siamo arrivati al punto in cui la donna, se fa una richiesta e c’è un problema di dove accoglierla, abbiamo una rete per poter arrivare a prestare in aiuto in qualsiasi territorio”. Strutture che hanno a disposizione decine e decine di operatrici (tutte donne, perchè a livello nazionale è previsto che l’accoglienza sia fatta necessariamente da operatrici di sesso femminile, specializzate e formate) pronte a fornire assistenza. Per chiedere aiuto si possono usare diversi strumenti: c‘è il numero nazionale 1522 che è il primo numero che può essere chiamato, insieme ai normali contatti di emergenza come 112 o 113; c’è poi l’applicazione della Polizia “YouPol” o “1522”, scaricabili sul proprio telefono; e infine ci sono i centri antiviolenza presenti sul territorio, sempre pronti, preparati e operativi per gestire al meglio qualsiasi richiesta di aiuto.

 



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