Omicidio al cimitero di Piscopio, il pentito Moscato: “Pulcino voleva uccidere la madre”

Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Moscato e Mantella aiutano gli inquirenti a fare luce su un delitto commesso nel 2005. Ecco tutti i retroscena

Aveva solo quindici anni nel 2005 Rosario Fiorillo, alias “Pulcino”, esponente di spicco del clan dei Piscopisani. Era poco più che un “bambino” ma nell’aprile di quell’anno avrebbe sparato e ucciso a colpi d’arma da fuoco l’amante della madre, Antonio De Pietro, dipendente della Direzione provinciale del Lavoro. Secondo l’accusa lo avrebbe attirato in una trappola facendosi accompagnare al cimitero di Piscopio per fare una visita alla “nonnina defunta” per poi ammazzarlo a sangue freddo con l’esplosione di almeno cinque colpi di pistola da distanza ravvicinata. “Pulcino” oggi si trova in carcere per altri gravi fatti di sangue e nei suoi confronti si procede separatamente perché all’epoca dei fatti era minore. I destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere, firmata dal gip Claudio Paris, su richiesta del sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, Andrea Mancuso, sono il cugino di “Pulcino”, Rosario Battaglia, alias “Sarino” ed un altro esponente apicale del clan, Michele Fiorillo, alias Zarrillo. Secondo le indagini, condotte sul campo dagli investigatori della Squadra Mobile di Vibo diretti da Giorgio Grasso, avrebbero pianificato e attuato concretamente l’agguato assistendo alla fasi esecutive del delitto e facendo in modo che l’azione potesse essere portata a compimento senza l’interferenza di terze persone. Tutto aggravato dalla premeditazione perché – secondo l’ipotesi accusatoria – sarebbero stati loro a predisporre il piano.

“Non si ammazzano le mamme”. Ad incastrarli sono oggi le dichiarazioni fornite da due collaboratori di giustizia: Raffaele Moscato ed Andrea Mantella. “Rosario Fiorillo – sottolinea in particolare Moscato – era bambino, aveva 15 anni”. Rosario Battaglia invece di anni ne aveva 19 e a Moscato ha raccontato riferendosi a “Pulcino”: “Era un ragazzino e glielo facevamo noi”. Invece Rosario Fiorillo ha fatto tutto da solo. “Addirittura – aggiunge in un altro passaggio il pentito – Rosario Fiorillo aveva intenzione di uccidere la propria madre, evento che non si verifica unicamente per intercessione di Rosario Battaglia, in quanto come regola, non si ammazzano le mamme”.

L’agguato. Antonio De Pietro era un impiegato dell’Ufficio Provinciale del Lavoro ma agli occhi di Rosario Fiorillo e dei suoi familiari più stretti era, soprattutto, l’amante della madre, Immacolata Fortuna. Venne ucciso l’11 aprile del 2005 e il suo corpo ritrovato dal custode del cimitero a bordo di un’auto, una Renault 5, nelle immediate vicinanze dell’ingresso principale. Qualche mese prima un’altra macchina di sua proprietà, una Bmw, era stata danneggiata e successivamente distrutta da un incendio. Quell’auto – secondo quanto emerso dalle indagini – sarebbe stata regalata all’uomo proprio dalla sua amante. Questi atti intimidatori precedenti all’agguato mortale avevano fatto sospettare De Pietro di essere nel mirino di alcuni familiari della donna che non vedevano di buon occhio la relazione extraconiugale. Secondo le ricostruzioni degli inquirenti, il giorno dell’omicidio “Pulcino” si è recato all’Ufficio Provinciale del Lavoro in mattinata dove ha incontrato De Pietro. I due si sono  poi nuovamente rivisti nel pomeriggio e Fiorillo è riuscito a convincere l’uomo ad accompagnarlo al cimitero per fare una visita alla “nonnina” defunta. Una trappola fatale.

Il movente. De Pietro era sposato ed il rapporto con la madre di “Pulcino” era osteggiato non solo dalla moglie ma anche e soprattutto dai familiari della sua amante. Secondo questi ultimi Immacolata Fortuna si era completamente invaghita dell’uomo tanto da beneficiare delle possidenze economiche della donna a discapito dei congiunti. Oltre alla Bmw 320 nuovo modello, la Fortuna avrebbe affidato a De Pietro ingenti somme di denaro. Amore ma anche soldi, quindi, alla base di un delitto per anni rimasto impunito. Eppure la Procura di Vibo già alcuni mesi dopo l’omicidio e sulla base di alcune risultanze tecniche avevano fermato sei soggetti, tra i quali anche Michele Fiorillo e Rosario Battaglia, ritenuti coinvolti a vario titolo nell’omicidio. In quella circostanza però il giudice non convalidò il fermo escludendo per tutti la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza e rigettando la contestuale richiesta di misura cautelare.

Le dichiarazioni dei pentiti. A quindici anni di distanza, le carte dell’inchiesta sono nel frattempo finite sul tavolo della Dda guidata da Nicola Gratteri che ha riaperto il caso anche sulla base delle preziose dichiarazioni fornite dai collaboratori di giustizia Raffaele Moscato e Andrea Mantella. Entrambi hanno indicato come esecutore materiale Rosario Pulcino e quale fiancheggiatore, in quanto presente sulla scena del crimine, Michele Fiorillo, inteso “Zarrillo”. I due pentiti parlano anche di un terzo componente del commando. Per Moscato sarebbe Rosario Battaglia, alias “Sarino” mentre per Mantella “un altro stretto parente, forse cugino, di Fiorillo Rosario”. Convergenti le dichiarazioni sul presunto movente: la relazione extraconiugale tra Antonio De Pietro e Immacolata Fortuna la quale – secondo quanto aggiunto da Mantella – delapidava con l’amante anche i risparmi della famiglia. C’è da sottolineare che entrambi i pentiti non ricordavano il nome della vittima ma riferendo agli inquirenti i particolari dell’omicidio hanno parlato “dell’amante della madre di Pulcino” ucciso al cimitero di Piscopio. Emblematico il narrato di Raffaele Moscato che apprende i particolari del delitto dallo stesso Rosario Fiorillo e da Rosario Battaglia sottolineando “quella sera che mi raccontarono gli omicidi a casa di Carmelina Fortuna, tre o quattro giorni dopo l’omicidio di Fortunato Patania”. Secondo il pentito  “Pulcino” avrebbe chiesto a De Pietro di accompagnarlo al cimitero per far visita alla “nonnina”: “Lo aveva ucciso facendo fuoco con una 357 Magnum”. L’omicidio doveva però essere commesso da Rosario Battaglia e Rosario Fiorillo secondo il piano iniziale. “Tuttavia – spiega agli inquirenti Moscato – al momento dell’azione ad agire era stato il solo Fiorillo mentre Battaglia Rosario e Fiorillo Michele alias Zarrillo, che pure aveva coadiuvato Fiorillo Rosario nell’organizzazione, erano rimasti nei pressi dando appoggio a quest’ultimo senza però materialmente eseguire il delitto”.

“Ucciso per una relazione extraconiugale”: luce su un omicidio a Piscopio del 2005