Emanuele Mancuso e la “rete” dello zio Luigi: “Coinvolge avvocati e professionisti”

Il giovane collaboratore di giustizia depone nel processo contro i Soriano di Filandari e ribadisce la leadership del capo dei capi della ‘ndrangheta vibonese

“La rete di Luigi Mancuso è così vasta che coinvolge avvocati di Vibo e di Catanzaro, medici e professionisti”. Parole del nipote del boss, oggi collaboratore di giustizia, Emanuele Mancuso. L’ex rampollo dell’omonima famiglia di Limbadi e Nicotera ha iniziato proprio nel pomeriggio di oggi, mercoledì 12 febbraio, il controesame programmato nell’ambito del processo scaturito dall’operazione “Nemea” contro il clan Soriano di Filandari. Tra una domanda e un’altra, Emanuele Mancuso ha così tratteggiato la figura dello zio, il capo del capi della ‘ndrangheta vibonese, non imputato in questo procedimento ma comunque chiamato indirettamente in causa dal pentito. Nel corso della deposizione di oltre un’ora, il collaboratore di giustizia – collegato in videoconferenza da una località segreta con il collegio del Tribunale di Vibo, presieduto dal giudice Tiziana Macrì – ha risposto prima alle domande dell’avvocato Daniela Garisto e poi a quelle dell’avvocato Diego Brancia. Diversi gli argomenti affrontati: i legami con i Soriano, l’amicizia e gli affari con Giuseppe Soriano, i rapporti con il presunto boss del Poro Giuseppe Accorinti e quelli con l’imprenditore Antonino Castagna, parte lesa in questo processo. Proprio parlando delle lettere scritte a quest’ultimo da Leone Soriano che Emanuele Mancuso ha pronunciato la frase sullo zio Luigi, ribadendo il suo carisma, la sua forza sul territorio e i contatti con i cosiddetti “colletti bianchi”. “Tutti nel Vibonese stavano sotto zio Luigi”. Compreso l’imprenditore di Ionadi al quale il giovane si era rivolto per perorare la causa di uno lavoratore di Stefanaconi, dipendente dell’impresa “Castagna” con sede a Porto Salvo, frazione di Vibo.  “Sono stato chiamato da Pasquale Gallone al quale lo stesso Castagna gli aveva poi detto di non recarmi più a casa sua. Pasquale Gallone era un uomo di Luigi Mancuso e confermo che dietro Castagna c’erano Gallone e Luigi Mancuso”.




Nessuna dote. Emanuele Mancuso ha ribadito di essersi pentito subito dopo la nascita della figlia, per cambiare stile di vita e lasciarsi definitivamente alle spalle il contesto criminale dentro il quale era cresciuto. Ha sottolineato di non avere bisogno di cariche e doti: “La dote? E’ una parola mai proferita. Non ho bisogno di una dote per essere affiliato a un clan. Io sono consanguineo di Pantaleone Mancuso, classe ’61”. Affiliato quindi per nascita e cresciuto nella famiglia di ‘ndrangheta per eccellenza della provincia di Vibo Valentia. Lui che si è definito un coltivatore diretto di marijuana in tutto il comprensorio vibonese e reggino “fatturando” milioni di euro, è oggi il primo pentito dei Mancuso, uno dei pochi collaboratori di giustizia figli di un boss della ‘ndrangheta.

I rapporti con “Peppone”. Diplomato all’Istituto tecnico Industriale di Vibo Valentia aveva un ruolo ben preciso nella famiglia: bonificare auto e case da gps, microspie e cimici varie. Lo faceva anche per conto di Salvatore Ascone, ritenuto un “fedelissimo” di Luigi Mancuso. Da lui avrebbe appreso come Giuseppe Accorinti, il capo del Locale di Zungri, abbia barbaramente ucciso Roberto Soriano, il papà del suo amico Giuseppe, uno degli imputati del processo “Nemea” che ascolta i suoi racconti dal carcere dove è recluso e da dove è collegato in videoconferenza. “Luigi Mancuso – rivela – aveva demandato Peppone Accorinti a gestire anche il territorio di Filandari perché la linea stragista di Leone Soriano non andava bene a nessuno”. L’ex rampollo della famiglia di Nicotera e Limbadi avrebbe incontrato più volte il presunto boss di Zungri allo scopo di dirimere alcune controversie che erano sorti anche con esponenti del suo gruppo e malgrado Ascone gli abbia consigliato di stare alla larga da Accorinti perché giudicato “un soggetto pericolosissimo”. “Lo avrò incontrato – afferma Emanuele Mancuso cinque volte a cavallo tra la fine del 2017 e il 2018. Ricordo che aveva le sentinelle sul suo territorio, si guardava perché aveva paura di subire attentati. Non andava in determinati posti se non era certo e prendeva tutte le precauzioni del caso anche per eludere i controlli delle forze dell’ordine”

Operazione “Nemea”. Il controesame di Emanuele Mancuso proseguirà il prossimo 19 febbraio e in quella data debutterà da un sito riservato anche il nuovo pentito della ‘ndrangheta vibonese Bartolomeo Arena, citato dal sostituto procuratore antimafia Annamaria Frustaci e chiamato quindi a deporre pubblicamente per la prima volta. Gli imputati del processo “Nemea” sono: Leone Soriano di Pizzinni di Filandari; Graziella Silipigni di Pizzinni di Filandari, moglie del defunto Roberto Soriano (lupara bianca), fratello di Leone; Giuseppe Soriano di Pizzinni di Filandari (figlio della Silipigni); Giacomo Cichello di Filandari; Francesco Parrotta di Ionadi; Caterina Soriano di Pizzinni di Filandari (figlia di Graziella Silipigni); Luca Ciconte di Sorianello (marito di Caterina Soriano); Mirco Furchì di Limbadi; Domenico Soriano di Pizzinni di Filandari (fratello di Leone Soriano); Domenico Nazionale di Tropea; Rosetta Lopreiato di Pizzinni di Filandari (moglie di Leone Soriano); Maria Grazia Soriano di Arzona di Filandari; Giuseppe Guerrera di Arzona di Filandari; Luciano Marino Artusa di Arzona di Filandari; Alex Prestanicola di Filandari.

 

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