Nuove rivelazioni in video conferenza, con un’aula bunker tenuta segreta, da parte del pentito Emanuele Mancuso che, per come riporta oggi i “il Quotidiano del Sud”, ha risposto alle domande del pm Annamaria Fustaci. La testimonianza nel corso di un’udienza del processo “Nemea” contro il clan dei Soriano di Pizzinni di Filandari. L’ex rampollo del clan di Limbadi ha parlato dei suoi rapporti con Giuseppe Soriano “con cui avevo a che fare con gli stupefacenti e con siti internet che riguardavano il calcio scommesse”.

Emanuele Mancuso ha riferito che in una occasione aver “bloccato Leone Soriano dal compiere azioni verso l’imprenditore Antonino Castagna in quanto non si doveva toccare se non dietro autorizzazione di mio zio Luigi”. Alla fine si concordò che “Castagna non si doveva toccare e che la famiglia Soriano doveva ricevere una tantum a titolo risarcitorio per quello che avrebbe dovuto dare l’imprenditore a Leone, 5-10mila euro, ma l’accordo non venne rispettato in quanto c’erano stati altri attentati. Leone, tra l’altro, mi fece capire che in questa vicenda il torto l’avevano fatto a me, che ero stato il mediatore, e questo mi fece andare su tutte le furie e quindi decisi di mettere io la bomba a Castagna, la sera del 13 febbraio del 2018".

Emanuele Mancuso ha, quindi, raccontato le fasi di programmazione e di commissione dell’attentato chiamando in causa “Francesco Parrotta, Massimo Vita e Mirko Furchì, che lanciò materialmente la bomba che io avevo procurato a Peppe Soriano, mentre lui esplose i colpi di pistola”. Il collaboratore ha inoltre parlato di Massimo Vita che “era un mio amico, anche di Giuseppe e Valerio Navarra, e che trattava gli stupefacenti”, e di Furchì “che faceva quello che gli ordinavo. Se gli avessi detto di uccidere qualcuno lui l’avrebbe fatto”.