Dalla birra ai taralli, la cannabis è a tavola. Ecco il decreto

Via libera ai prodotti alimentari derivati dalla canapa, fissati i limiti di principio attivo. Ma gli esperti protestano: “Messaggio sbagliato”

D’ora in poi sarà solo questione di gusto. O di impiattamento. Sulle tavole degli italiani sono in arrivo le pietanze alla cannabis. Chef stellati e comuni cuochi sono pregati di annotare: è in Gazzetta Ufficiale (con ben 33 capoversi di premesse legislative, comunitarie e scientifiche) il decreto che fissa i limiti massimi di Thc negli alimenti: 2 milligrammi per chilo il limite massimo nei semi di canapa, nelle farine derivate e negli integratori contenenti derivati dalla canapa, 5 milligrammi per chilo nell’olio ottenuto dai semi.

La canapa in cucina diventerà una moda? Di sicuro c’è che, da oggi, chiunque potrà utilizzare in serenità derivati della canapa a bassa concentrazione di principio attivo per alimentare, dissetare, stupire, compiacere. Prima, la produzione agricola di cannabis sativa – pur consentita sia in base alle regole Ue sia alla tradizione alimentare europea – soffriva infatti di scivolosa e strumentale associazione alla cultura dello sballo: l’eredità del proibizionismo e dello stigma imposti nel 1937 dagli Stati Uniti a tutta la canapa, anziché solo a quella per uso stupefacente, vista la potenziale concorrenza ai derivati del petrolio di questa pianta così versatile capace di garantire fibre tessili, carta, corde, mangimi, olio carburante, oltre che semi e oli commestibili. Un ’insulto’ chimico. I semi di canapa hanno infatti altissimo valore nutrizionale e sin dall’antichità hanno fatto parte della dieta di molti popoli.

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