Il coraggio di Bruno Ielo: quando un “no” costa la vita in terra di ‘ndrangheta

Il commerciante di 66 anni di Reggio Calabria non si è voluto piegare al diktat imposto dalla cosca dei Tegano ed è stato giustiziato davanti alla figlia mentre tornava a casa

La polizia di Stato ha arrestato a Reggio Calabria il presunto mandante e gli esecutori dell’omicidio di Bruno Ielo, il tabaccaio ucciso con un colpo di pistola alla testa il 25 maggio 2017. Si tratta di Francesco Mario Dattilo, indicato come il killer operativo, e Francesco Polimeni e Cosimo Scaramozzino. Il commerciante 66enne, per l’accusa, fu ucciso su mandato di un esponente della ‘ndrangheta in modo plateale con una pistola abbandonata accanto al cadavere, perché non si era voluto piegare al diktat della cosca di chiudere la tabaccheria facendo concorrenza a quella del mandante dell’omicidio, elemento di spicco della famiglia Tegano. Killer e fiancheggiatori, secondo quanto scoperto dagli investigatori della Squadra mobile coordinati dalla Dda di Reggio Calabria, avrebbero agito in stretto raccordo operativo alternandosi ripetutamente lungo la strada che Ielo stava percorrendo per ritornare a casa.

I nomi e le accuse. Nei confronti dei seguenti quattro soggetti, ritenuti responsabili a vario titolo, di omicidio premeditato, tentata estorsione, rapina e tentato omicidio, aggravati (ad eccezione del tentato omicidio) anche dalla circostanza del metodo mafioso e dall’avere agevolato la ‘ndrangheta unitaria, nella sua articolazione territoriale denominata cosca Tegano, operante nei quartieri Archi e Gallico di Reggio Calabria. I provvedimenti riguardano Francesco Polimeni, 56 anni, attualmente detenuto presso la Casa Circondariale di Prato e ritenuto responsabile dei reati di omicidio premeditato, illegale detenzione e porto in luogo pubblico di armi, tentata estorsione, trasferimento fraudolento di valori e rapina, aggravati anche dal metodo e dall’agevolazione mafiosa; Francesco Mario Dattilo, 46 anni di Reggio Calabria, accusato di omicidio premeditato, illegale detenzione e porto in luogo pubblico di armi, tentata estorsione, rapina, aggravati anche dal metodo e dall’agevolazione mafiosa; Cosimo Scaramozzino, 53 anni di Reggio Calabria, ritenuto responsabile dei reati di omicidio premeditato, illegale detenzione e porto in luogo pubblico di armi, tentata estorsione, aggravati anche dal metodo e dall’agevolazione mafiosa; Giuseppe Antonio Giaramita di Castelvetrano, 57 anni, attualmente sottoposto agli arresti domiciliari a Reggio Calabria, ritenuto responsabile dei reati di tentata estorsione, rapina, detenzione e porto in luogo pubblico di armi aggravati anche dal metodo e dall’agevolazione mafiosa e tentato omicidio.

L’agguato. Al momento dell’omicidio lo Ielo percorreva con il suo scooter la via Nazionale in direzione nord per rientrare a casa a Catona, preceduto di pochi metri dalla figlia Daniela Ielo che viaggiava con la sua autovettura. Il killer – entrato in azione a bordo di uno scooter di colore chiaro e il volto travisato da un casco integrale da motociclista – esplodeva contro il tabaccaio alcuni colpi con una pistola semiautomatica “Beretta” cal. 7.65, poi abbandonata sul luogo del delitto con la matricola abrasa. Uno dei proiettili colpiva mortalmente la vittima alla nuca. “L’omicidio – sottolineano gli inquirenti – veniva posto in essere con modalità e simbologie tipiche di un’esecuzione mafiosa in piena regola. Invero, nel corso del sopralluogo emergevano circostanze che di fatto consentivano di escludere che potesse trattarsi di una rapina finita in tragedia, in quanto venivano rinvenute indosso alla vittima diverse banconote per migliaia di euro, costituenti l’incasso della giornata, rispetto al quale il killer si era mostrato indifferente, gettando l’arma e allontanandosi a grande velocità, subito dopo il compimento della fulminea azione delittuosa”.

Il movente. Ielo era già stato vittima di una rapina perpetrata nel novembre del 2016 all’interno della propria rivendita di tabacchi sita in via Nazionale di Gallico, nel corso della quale era rimasto gravemente ferito da un colpo di pistola che uno dei rapinatori gli aveva esploso in faccia. Le indagini – supportate da numerose attività di intercettazione telefonica ed ambientale, da sofisticati sistemi a tecnologia avanzata in 3D, dall’acquisizione di filmati registrati da alcuni impianti di videosorveglianza privata, dagli esiti dell’analisi della documentazione contabile delle due rivendite di tabacchi (della vittima e del mandante dell’omicidio), nonché dalle dichiarazioni delle persone informate sui fatti e di alcuni collaboratori di Giustizia – hanno consentito di acquisire elementi di particolare gravità indiziaria, in relazione alle condotte delittuose poste in essere da tutti i partecipanti all’omicidio e alle cause che lo hanno determinato, che gli investigatori della Squadra Mobile hanno riassunto all’Autorità Giudiziaria, in un quadro d’insieme comprendente gli esiti delle attività svolte anche sulla violenta rapina e sul tentato omicidio subìti dallo Ielo sei mesi prima all’interno della tabaccheria da lui gestita assieme alla figlia. “Le complesse investigazioni hanno invero consentito di accertare – scrivono gli inquirenti – che Bruno Ielo era stato brutalmente giustiziato, in un crescendo di atti intimidatori finalizzati a fargli chiudere la tabaccheria con annessa ricevitoria Lottomatica e servizi similari o comunque a limitarne il volume d’affari, alla fine di una giornata di lavoro davanti agli occhi della figlia perché non si era piegato alle ingiuste pretese avanzate da Francesco Polimeni, elemento di spicco della cosca di ‘ndrangheta Tegano, gestore di un analogo esercizio commerciale intestato alla figlia”.
L’omicidio sarebbe stato materialmente eseguito da Francesco Mario Dattilo che avrebbe esploso contro lo Ielo due colpi di pistola calibro 7.65, su ordine di Francesco Polimeni. Alle fasi esecutive del delitto avrebbe partecipato anche Cosimo Scaramozzino, uomo di fiducia di Polimeni, che affiancava nelle attività finalizzate a monitorare gli spostamenti della vittima e a pedinarla, in stretto raccordo con l’esecutore materiale, in occasione del compimento dell’azione delittuosa. “Il delitto – rimarcano gli investigatori – aveva la duplice finalità di incrementare i profitti della rivendita di tabacchi di Francesco Polimeni, attraverso lo sviamento della clientela della tabaccheria Ielo, eliminando fisicamente il soggetto (Bruno Ielo) che con il suo attivismo commerciale determinava il mancato guadagno dell’azienda concorrente e di ristabilire sul territorio il prestigio criminale (l’“onore”) della cosca Tegano, cui lo Ielo aveva osato resistere non abbassando la testa alle richieste estorsive avanzate con modalità mafiose dal Polimeni. L’avere ucciso il tabaccaio che non si era piegato ai diktat della cosca, sparandogli sulla pubblica via, in modo plateale ed evidentemente punitivo, colpendolo al capo ed abbandonando deliberatamente l’arma accanto al cadavere, connotava la condotta delittuosa di una particolare simbologia mafiosa, trattandosi di un chiaro segnale rivolto all’intera comunità gallicese allo scopo di riaffermare la percezione del pregante vincolo associativo, la perdurante operatività della cosca, pronta a reprimere chiunque osasse metterne in discussione la potenza criminale”.

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