'Ndrangheta nella Presila Catanzarese, la Dda chiede il processo per il clan Scalise
Associazione a delinquere di tipo mafioso, sequestro di persona, omicidio, estorsione, danneggiamento, violenza privata. Sono le accuse in base alle quali la Dda di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri, ha chiesto il rinvio a giudizio per capi e gregari della cosca del “Gruppo storico della montagna”, operante nella Sila Catanzarese e comprendente i territori di Soveria Mannelli, Decollatura, Platania, Serrastretta e zone limitrofe, finiti nell’operazione Reventinum, scattata il 10 gennaio 2019, portando all’emissione di 12 provvedimenti restrittivi nei confronti dei componenti delle cosche rivali dei Mezzatesta e degli Scalise.
Nomi. La Dda ha formulato la richiesta di rinvio a giudizio per Pino Scalise, 61 anni, di Serrastretta; Luciano Scalise, 41 anni, di Catanzaro; Angelo Rotella, 36 anni di Soveria Mannelli e Marco Gallo, 34 anni di Lamezia Terme.
La scissione. Per la Procura distrettuale, le due fazioni sarebbero nate dalla scissione del “Gruppo storico della montagna”, dopo l’attentato subito da Pino Scalise nel 2001, cui ha fatto seguito una lunga scia di sangue iniziata nel gennaio del 2013 con il duplice omicidio, commesso a Decollatura, di Francesco Iannazzo e Giovanni Vescio (per il quale sono stati condannati in via definitiva Domenico e Giovanni Mezzatesta), proseguita con gli omicidi di Daniele Scalise e di Luigi Aiello e infine con gli omicidi dell’avvocato Francesco Pagliuso e di Gregorio Mezzatesta.
Il sequestro di persona e le minacce. Secondo le ipotesi della Procura distrettuale Antimafia di Catanzaro, Pino Scalise, in concorso con i defunti Daniele Scalise, Francesco Iannazzo e Giovanni Vescio, avrebbe privato della libertà personale il noto avvocato penalista Francesco Pagliuso, conducendolo, contro la sua volontà, in un bosco in una zona montana del Reventinum. I quattro l’avrebbero incappucciato, malmenato e trascinato di fronte ad una buca scavata con un mezzo meccanico, minacciato di essere scaraventato in quel fosso, senza che il suo corpo potesse più essere ritrovato. Il tutto con il concorso morale (per il solo reato di violenza privata) dell’avvocato Antonio Larussa, il cui processo con rito abbreviato è in corso davanti al gup. Il legale avrebbe prospettato agli appartenenti alla ‘ndrangheta Lametina lo scarso impegno professionale da parte del collega Pagliuso e una serie di errori nella linea difensiva, nell’ambito di un processo che vedeva Daniele Scalise imputato a Cosenza per il reato di truffa. Larussa, che nel frattempo era diventato codifensore di Scalise avrebbe, inoltre, lamentato agli stessi la mancata consegna delle carte processuali da parte del collega, contribuendo, tra l’altro, a far sì che alcuni di loro costringessero “con violenza e minaccia di morte a mano armata” l’avvocato Pagliuso a seguire una determinata linea difensiva.
L’omicidio Pagliuso. Marco Gallo, 34 anni, è accusato di essere il killer del noto penalista Francesco Pagliuso, ucciso a colpi di pistola la sera del 9 agosto 2016 mentre si trovava a bordo della sua auto appena parcheggiata nel giardino della sua abitazione lametina. I carabinieri hanno lavorato per oltre un anno alla soluzione del caso, riscontrando diverse analogie con gli altri due omicidi per i quali Gallo si trova già in carcere da luglio 2017, quello di Gregorio Mezzatesta, il dipendente delle Ferrovie della Calabria ucciso a Catanzaro la mattina del 24 giugno 2017 – e di Francesco Berlingieri, il fruttivendolo freddato davanti al suo negozio a Lamezia Terme nel gennaio dello stesso anno. Analogie che hanno consentito ad inquirenti ed investigatori di individuare, attraverso la telecamera di via Marconi, il finto podista in maglietta e calzoncini che si aggirava nelle sere precedenti all’omicidio Pagliuso in orari improbabili attorno alla villa dell’avvocato. Circostanze nelle quali sarebbe stata presente l’auto dello stesso Gallo, una Bmw station wagon. Gallo, secondo le ipotesi accusatorie, dopo vari sopralluoghi e appostamenti, avrebbe atteso il rientro a casa della vittima a bordo della sua Volkswagen Toureg, si sarebbe avvicinato allo sportello del finestrino abbassato dal lato guida esplodendo numerosi colpi di arma da fuoco, tre dei quali l'hanno raggiunta in testa. Gallo era al servizio degli Scalise, vicino a Luciano Scalise, considerato dalla Dda il mandante dell’omicidio del noto penalista lametino.
L' estorsione. Luciano Scalise e Angelo Rotella avrebbero costretto Giuseppe Burgo a desistere dall’attività imprenditoriale consistente nella commercializzazione del cippato, incendiando un capannone a Decollatura e una macchina agricola Same laser, per un danno di 150mila euro, fatto aggravato dall’aver agevolato la cosca di ‘ndrangheta degli Scalise.
Le parti offese. L’udienza preliminare per i quattro indagati inizierà il prossimo 8 gennaio davanti al gup del Tribunale di Catanzaro Antonio Battaglia, che ha individuato come parti offese i parenti del penalista Pagliuso: Giovanni Battista Pagliuso, Rosa Grandinetti, Antonia Assunta Pagliuso, Angela Rita Pagliuso, Antonella Di Vasto. E ancora, i Comuni di Serrastretta, Soveria Mannelli, Decollatura, Platania, Lamezia Terme e l’associazione antiracket “Ala Lamezia”.
