Quando la giustizia va in cortocircuito: giudice annulla una sua precedente sentenza

La vicenda riguarda il licenziamento di una donna e coinvolge due importanti società del Vibonese

I paradossi della giustizia italiana. Un esempio? La storia che vi stiamo per raccontare.
Iniziamo. Una donna è stata dipendente di due importanti aziende vibonesi. Firma prima le dimissioni dalla prima e poi viene licenziata dalla seconda il 23 dicembre del 2014. Ne nasce un ricorso giudiziario perché l’ex dipendente è convinta, per come riporta il “Fatto di Calabria”, d’essere stata in qualche modo raggirata. Intravede della continuità tra le due aziende, in termini di soci e di capitale sia pure invertito nelle proporzioni e nei ruoli. Intravede anche una stessa linea in qualche modo industriale tra le due società ma chi è stato chiamato a giudicare in prima istanza ha intravisto anche i  requisiti determinanti per far rientrare il suo caso  nell’ambito del rito speciale ex articolo 18. Il giudizio infatti – nonostante fosse stato introdotto con rito lavoro ordinario (ex art. 414 c.p.c.) dalla lavoratrice – è stato trattato dal Tribunale di Vibo come rito “sommario” Fornero che presuppone l’esistenza del requisito dimensionale (più di 15 dipendenti ai fini dell’applicazione dell’articolo 18). Nel corso del giudizio “sommario” il giudice di prima istanza, Ilario Nasso, ha ritenuto accertato su base presuntiva il requisito dimensionale (più di 15 dipendenti) infliggendo alle due società una pesante condanna in solido (reintegrazione della lavoratrice e risarcimento del danno nella misura di 12 mensilità, oltre la condanna alle spese del giudizio). Siamo a luglio del 2018. L’ordinanza viene subito posta in esecuzione con pignoramenti delle somme sui conti correnti bancari tanto per una quanto per l’altra azienda. Ovviamente tutte e due le società promuovono ricorso.

Ed ecco che il percorso giudiziario si fa tortuoso. Il giudice Susanna Pasqualina Cirianni il 7 febbraio del 2019 sovverte la sentenza di Nasso, con un provvedimento di revoca che ne muta il procedimento da rito sommario in ordinario, accogliendo in pratica l’impianto difensivo delle due società. Ossia: l’eccezionalità della legge Fornero e del rito speciale e dell’articolo 18 non sono applicabili al caso. Non solo perché nessuna delle due società aveva più di 15 dipendenti al momento del licenziamento ma anche perché, pur sommando le unità lavorative di tutte e due, manco ci si arrivava. E poi la continuità industriale, societaria e seriale dei due soggetti giuridici rimane tutta da dimostrare. Tra le due aziende non c’è continuità e, quindi, non può configurarsi il grave caso del licenziamento premeditato che poi fa scattare il rito speciale e l’ex articolo 18. E allora non si rientra nella legge Fornero (non ci sono più di 15 dipendenti al momento del licenziamento, neppure sommandole le aziende) e non si rientra nella “specialità” dell’articolo 18. Semmai, è un licenziamento da trattare con reintegro o con proposte simili ed economicamente concilianti.

Caso chiuso? Neanche per sogno, perché a riaprirlo ci pensa la stessa Cirianni che improvvisamente ritorna sui suoi passi. Il 16 settembre il citato giudice decide di revocare la sua stessa sentenza di febbraio. Sulla base di un “errore procedurale” revoca “l’ordinanza del 7 febbraio e conferma in ogni sua parte l’ordinanza del 2 luglio del 2018”, e ciò quella di Nasso. E qui il paradosso: il giudice che rinnega la sua stessa sentenza che “per mero errore procedurale” aveva emesso.

A questo punto i legali delle due società hanno presentato un esposto al Csm, anche perché hanno avuto contezza del “ravvedimento” solo a seguito di un controllo del fascicolo telematico. Nessun coinvolgimento, mai una comunicazione ufficiale.  Una storia di “ordinario” cortocircuito della giustizia italiana.