IL RICORDO | Cronaca di una giornata con Nadia Toffa, Angelo De Luca: “Una fuoriclasse sempre umile”

Il giornalista, originario della provincia di Vibo, da qualche anno a “Le Iene”, contattato dalla redazione di Zoom24, racconta la sua esperienza con la giovane conduttrice e inviata scomparsa nella notte

Dicembre 2016, redazione centrale Iene Cologno Monzese. Ero lì da qualche settimana. Da poco avevo realizzato il sogno: diventare un autore del programma che amavo di più. Già dal primo giorno il grande capo mi aveva dato un compito non proprio facile: “Questa storia la giri con Nina”, mi disse. Tutti mi dicevano che in questo mondo si iniziasse a piccoli passi, ma non era vero: può capitarti di iniziare coi migliori. Ed è bellissimo, ma pure bruttissimo: se sbagli, cosa facile, sei fuori. Così feci del mio meglio e la storia – grazie alla verve della iena abruzzese, oggi una cara amica – fu un bel successo. Da quel momento capii che da solo, per quanto magari bravo, non si va da nessuna parte: bisogna fare squadra, ognuno con il suo talento messo a servizio del programma.

Mi ripresentai così qualche giorno alla porta del grande capo, spiegandogli una storia molto toccante capitata in Calabria, la mia terra. Una ragazzina era stata stuprata e violentata da un branco di giovani e di adulti. Il fatto era risaputo già da qualche anno, ma fece ancor più scandalo quando la Cassazione, con le condanne definitive degli orchi, non placó la sete di vendetta del paese: “Anna Maria, la vittima, era la malanova”. Infatti per il paese intero era lei la puttana che aveva provocato gli uomini, nonostante avesse 13 anni.




Il grande capo, a sentire questa orrenda storia, alzó il telefono e disse: “Toffa! C’è il ragazzo nuovo che ha una bella storia, ti chiamerà più tardi”.

Non saprei descrivere l’emozione di quel momento, ma la potete immaginare. E questo ricordo non vuole essere autoreferenziale, mai. Questa premessa è solo un obbligo per far capire a chi legge cosa sia la famiglia de Le Iene. Perché Nadia Toffa, alla mia chiamata, rispose come se fossimo amici e colleghi da sempre. Eppure ero l’ultimo arrivato, quello che fino al giorno prima la guardava dallo schermo. E ora parlavo al telefono con lei, pianificavo interviste ed eventuali scorribande in stile Iene. Ci mise un secondo per mettermi a mio agio, senza farmi pesare la sua fama. Si, Nadia era una fuoriclasse, innamorata del suo lavoro, svelta nel capire cosa fare e cosa non fare, preziosa nei consigli, umile nell’atteggiamento.

Partimmo da Milano in aereo, io ero eccitato. In aeroporto la gente la fermava per le foto e per ringraziarla dell’impegno a favore dei più deboli. Mi sentivo orgoglioso di stare al suo fianco e a mano a mano che l’aereo sfiorava i cieli della Calabria io le dicevo “quella è la mia terra, in quel puntino abitano i miei genitori”. Lei, guardando le luci del golfo di Sant’Eufemia, mi disse “ma i tuoi genitori abitano lontano dal posto dove andremo ?” “No, meno di un’ora”, risposi. “E allora andiamo a trovarli una sera, no?”. Io ero smarrito, incredulo. “Davvero ti andrebbe?”, le chiesi. “Certo!”, esclamò, “tu sei nuovo e forse non sai che nel nostro lavoro ti devi abituare alle lontananze degli affetti. Siamo sempre in giro, aerei, paesi, ristoranti e hotel. Se per una volta siamo vicini al calore familiare, vuoi mettere? E poi tua mamma cucinerà benissimo, lo immagino già!”

Quando dissi a mio padre che saremmo andati a cena da loro non ci credeva. La prima cosa che disse fu “e mó che gli cuciniamo?” Non sapevano che in quella casa non cercavamo cibo, ma amore e risate. Neanche i miei si aspettavano tanta normalità. Perchè in fondo la parola giusta per descrivere il suo personaggio è questo. Donna forte Nadia, con una personalità da guerriera ma con l’anima da femmina pura. La mattina in hotel non si aspettavano di trovarla a fare colazione in pigiama e, sinceramente, nemmeno io. Non si aspettavano gli abitanti del piccolo paese della “Malanova” di trovarsi di fronte ad una piccola Giovanna D’Arco, arrivata li non per offendere, ma per capire e dare un pizzico di giustizia sociale ad una ragazza fino a quel momento offesa senza ritegno da tutti loro. Mentre andavamo via le donne degli orchi al gabbio ci sbarrarano la strada: ci dissero che volevano dire la loro in merito ai fattacci. Con garbo Nadia scese dalla macchina e gli porse il microfono. Era fatta così, non cercava scoop e scandalo, ma verità. Intorno a noi si creò un po di casino. Non volevano la guerra, solo un selfie. “Strani i calabresi”, disse tornando a casa. “Tra qualche giorno faranno una brutta figura davanti a milioni di persone e loro mi chiedono la foto”. Rise. “E’ la prima volta che mi capita”. Non aveva capito che davanti alla sua autorevolezza anche il più cattivo dei cattivi le portava rispetto.