‘Ndrangheta a Livorno, confiscati beni a imprenditore “vicino” al clan Piromalli di Gioia Tauro

I beni di un imprenditore attivo nel Livornese, ma originario di Rizziconi, sono stati confiscati. La Corte di Cassazione ha confermato e reso definitivo il provvedimento di applicazione della misura di prevenzione personale a carattere patrimoniale delle proprietà già sequestrate dalla Guardia di Finanza di Livorno nel maggio 2016 nei confronti di Michelangelo Fedele, noto pluripregiudicato locale radicato dagli anni ’70 nel comune di Castagneto Carducci e ritenuto vicino a un’associazione di tipo mafioso originaria della provincia di Reggio Calabria, il clan dei “Piromalli”.

La confisca. Con questa sentenza della Cassazione è giunto a conclusione il lavoro investigativo condotto, sotto la direzione del Procuratore capo della Repubblica di Livorno, Ettore Squillace Greco, dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza e dal Reparto Operativo del Comando Provinciale Carabinieri del capoluogo toscano.
Le indagini hanno percorso la storia di Fedele, che ha riportato condanne definitive a partire dagli anni ’60 per porto abusivo e detenzione illegale di armi, sequestro di persona, estorsione, ricettazione e lesioni personali. Più volte arrestato e indagato in numerosi procedimenti, sia in Italia che nella Repubblica di San Marino (per associazione a delinquere, usura, truffa, ricettazione, riciclaggio, violazione di domicilio, minaccia, lesioni personali, molestia e disturbo alle persone), è stato condannato dal Tribunale di Livorno (il 12 aprile 2018) a 12 anni di reclusione per usura.
I risultati delle investigazioni, avviate dai sostituti della Procura livornese, l’ampia disponibilità finanziaria e patrimoniale accertata dalla Guardia di Finanza, le frequentazioni sospette con individui connotati da gravi pregiudizi penali verificate dai Carabinieri, sono stati la base sulla quale il Tribunale ha ricondotto Fedele nella categoria dei “soggetti socialmente pericolosi per la sicurezza pubblica ai sensi della normativa antimafia”.
Gli accertamenti economico-finanziari hanno riguardato, oltre a Fedele, anche la coniuge e dei loro tre figli. Dagli accertamenti svolti, infatti, è stato riscontrato che le unità immobiliari sottoposte a sequestro e a confisca sarebbero state intestate formalmente anche alla moglie e, in quote, anche a uno o più figli della coppia.

Il patrimonio confiscato. Il provvedimento era stato emesso dal Tribunale di Livorno nella primavera del 2016. Accogliendo la proposta di applicazione di misure di prevenzione personali e patrimoniali presentata dal Pubblico Ministero, erano state sequestrate 29 unità immobiliari, il cui valore (OMI) complessivo si aggirava intorno ai 4 milioni di euro.
Le proprietà sono costituite da 13 appartamenti, 6 terreni, 5 autorimesse e 5 fabbricati di vario tipo, ubicate 14 a Castagneto Carducci, 4 a San Vincenzo, 6 a Cecina e 5 a Campiglia Marittima.
Fedele e i suoi congiunti hanno prima impugnato il provvedimento davanti la Corte d’Appello di Firenze che, con decreto del settembre 2017, ha confermato la decisione dei Giudici livornesi e poi presentato ricorso alla Corte di Cassazione che, dopo l’udienza camerale del 3 aprile 2019, ha rigettato le doglianze dei ricorrenti, condannandoli al pagamento delle spese processuali.