L'evasione del super boss Morabito, il racconto di una pensionata: "Così è fuggito dal carcere"
Indagini per cercare di rintracciare Rocco Morabito, boss dell'omonima cosca di Africo e "re" dei narcos, evaso dal carcere uruguaiano di Montevideo, sono già partite anche in Calabria. I carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria sono stati informati dalle autorità uruguaiane, tramite il Servizio di cooperazione, dell'evasione del boss e si sono attivati per quanto di loro competenza. Gli investigatori reggini dell'Arma, già dal momento dell'arresto di Morabito - avvenuto nel 2017 a Montevideo - hanno seguito le procedure che avrebbero dovuto portare all'estradizione, informandosi dei vari passaggi giudiziari nel paese sudamericano e mantenendosi in contatto con gli investigatori uruguaiani. Il timore - secondo quanto si è appreso in ambienti investigativi - è che Morabito abbia già lasciato, o si accinga a farlo, l'Uruguay per raggiungere il vicino Brasile. Tra l'altro, il boss, quanto fu arrestato due anni fa, fu trovato in possesso di numerosi documenti falsi con la sua fotografia, tutti brasiliani. Ed anche al momento del fermo, l'uomo esibì un documento con il nominativo di un cittadino brasiliano, grazie al quale era riuscito ad ottenere una carta d'identità uruguaiana.
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La fuga dal carcere. "Dammi la chiave, dammi la chiave", ripeteva Rocco Morabito, il boss della 'Ndrangheta evaso dal carcere in Uruguay. La chiave per uscire. Ma Elida Ituarte, una pensionata uruguayana che da tre anni vive sola in calle San José, nel centro di Montevideo, in un appartamento al quinto piano di un edificio del centro della capitale contiguo alla torre di controllo del Carcere Centrale, voleva capire. "Io volevo solo sapere come avevano fatto ad entrare e perché si trovavano lì", nel corridoio di casa sua, alle 23.30 di domenica notte. Tre sconosciuti, vestiti di azzurro dalla testa ai piedi, jeans, felpa e berretto di lana, dentro casa sua, sorpresi dalla donna che - da poco a letto - si era alzata dopo aver visto una luce accendersi nella sala da pranzo e li aveva incrociati nel corridoio. Morabito non ha alzato il tono della voce, ha riferito la donna al quotidiano 'El Observador'. Ha ripetuto più volte che aveva bisogno della chiave dell'appartamento per poter uscire. Poi ha raccontato che erano idraulici che dovevano riparare i tubi dell'edificio, ha parlato di una figlia malata che doveva correre a vedere. "Siamo del consorzio, siamo qui per riparare una conduttura", ha detto il 're della cocaina' di Milano. Accanto a lui due uomini - molto giovani - che non aprivano bocca. Dal carcere sono fuggiti in quattro, ma la donna ne ha visti solo tre e con uno solo di loro ha parlato. Lo ha riconosciuto nelle fotografie, il giorno dopo. "Era lui!", ha detto, ma "adesso è molto più magro". Dopo uno scambio durato vari minuti, finalmente Elida ha acconsentito a dare la chiave ai tre, che si sono precipitati fuori dall'appartamento, giù per le scale e fuori dall'edificio. Seguiti pochi minuti dopo dalla pensionata, che è andata a riferire quanto le era accaduto ad un funzionario di polizia di guardia in una garitta al limite tra l'edificio dove si trova il suo appartamento e l'ingresso per le auto del carcere centrale. In quel momento Elida non aveva ancora idea di chi fossero i tre sconosciuti, credeva di essere stata vittima di un semplice furto in casa. Verso l'una del mattino, funzionari della polizia sono andati a raccogliere la denuncia.
Ritardi nell'estradizione. "Morabito ci doveva essere consegnato già da marzo. L'autorità giudiziaria aveva deciso l'estradizione ma i ritardi gli hanno evidentemente consentito la fuga. E' un fatto gravissimo che si consenta a criminali del livello di Morabito di trovare ancora una volta la libertà". Sono le parole del procuratore nazionale Antimafia, Federico Cafiero De Raho, in relazione alla fuga del boss Rocco Morabito dalla prigione in Uruguay. De Raho ha sottolineato che la fuga di Morabito "fa credere che qualunque forma di illegalità può essere sempre attuata avendo tanti soldi. Questo - ha aggiunto - è il peggior messaggio che possa essere diffuso soprattutto in Paesi in cui si tenta di rinnovare anche il modello costituzionale, giurisdizionale e politico". Dal procuratore nazionale Antimafia eè stato espresso l'auspicio "che riescano a raggiungere il risultato di catturarlo anche per restituire credibilità a quelle istituzioni".
