STORIE | L’eroe e il poeta. La vita del capitano Cremona e Ungaretti che lo trasformò in leggenda

Dall’epistolario con il poeta e amico Giuseppe Papini emerge la ricostruzione di una amicizia che andava oltre il tempo. Ecco come nacque la poesia che rese immortale l’ufficiale vibonese del 19° Brescia di Monteleone Calabro, morto sul Carso

“Come era bello il capitano di 23 anni, alto due metri, che, cavalcando, iniziava la marcia. Come era bello il capitano Cremona”, scrivendo a Giovanni Papini, in ben tre occasioni Giuseppe Ungaretti aveva avuto modo di manifestare la stima e l’ammirazione che nutriva per quel calabrese dal portamento fiero e aggraziato, la cui morte getterà il poeta in un profondo sgomento. Il legame tra il poeta, inserito nella stessa compagnia di quasi tutti meridionali perché nato ad Alessandria d’Egitto, ed il capitano, fu subito profondo, intenso, già intriso di poesia e di leggenda nella sua vicenda stessa. Come scrive Lorenzo del Boca nel suo Il sangue dei terroni (all’amicizia tra i due, dedica un intero capitolo, l’ottavo del suo libro), Cremona sarebbe stato “un nome, nell’elenco sterminato delle truppe vittime della prima guerra mondiale, se non avesse militato nello stesso reparto del poeta Giuseppe Ungaretti”.

Eppure Cremona era stato un ardito combattente, aveva ricevuto delle medaglie d’argento al valor militare, ed aveva dato la sua vita per la Patria, ma solo la poesia poteva renderlo immortale e leggendario. Classe 1892, nato a Monteleone Calabro (Vibo Valentia), Nazzareno Cremona dopo la scuola superiore al Liceo Regio aveva deciso di intraprendere la carriera militare e si era iscritto all’Accademia di Modena dove il 23 marzo 1913 ottenne il diploma di sottotenente. Fu aggregato al 19° Reggimento Brescia, di stanza a Monteleone. Il 18 maggio 1915 partì in tradotta con il suo reparto per combattere sul Carso e fu protagonista delle battaglie sull’Isonzo. “Il viaggio dovette sembrare interminabile – scrive del Boca – Arrivarono il 22, dopo 90 ore, sballottati su un treno che trascinava una quantità impressionante di vagoni”.
Ungaretti fu aggregato al reparto di Cremona alla fine del 1915. Aveva frequentato la prestigiosa scuola svizzera di Alessandria spostandosi successivamente a Parigi dove era entrato in contatto con il mondo della letteratura, dell’arte e della poesia. Idealista e libertario, conobbe e divenne amico di Apollinaire. A Parigi rimase fino al 1914, anno in cui decise di ritornare in Italia dove fu acceso interventista. Partecipò a diverse riunioni e manifestazioni e conobbe Benito Mussolini. L’anno successivo il Governo Salandra dichiarava la guerra contro l’Austria-Ungheria e il poeta decise di arruolarsi come soldato semplice. Considerato anziano (era nato nel 1888), la prima domanda fu rigettata, ma alla seconda fu arruolato, vista la necessità di uomini. Fu così che arrivò nel 19° Reggimento Brescia e strinse amicizia sincera con Nazzareno Cremona. I due convissero quasi due anni con il fango fino alle caviglie e nel freddo delle trincee sul Carso, tra battaglie, pallottole e morti e alla luce di un mozzicone di candela nel tormento della notte, quando fluiva la poesia che magari Ungaretti leggeva al suo Capitano: Una intera nottata/ buttato vicino/ a un compagno/ massacrato/… Non sono mai stato/ tanto/ attaccato alla vita.

Ungaretti non si distinse per azioni eroiche, ma ebbe modo di osservare quelle del suo capitano e dei suoi compagni di trincea. Durante il riposo, in mezzo al fango e alle pietre del Monte San Michele o nelle retrovie della pianura friulana, iniziò a scrivere una sorta di diario in forma di poesie, composte da poche ma significative parole accompagnate da una data e da un luogo. Il suo amico (e poeta) Ettore Serra lo convinse a farsi consegnare i foglietti dove annotava questi suoi pensieri e nel 1916 ne fece stampare 80 copie intitolate “Il Porto Sepolto”.
“Sul San Michele, a San Martino del Carso (ma il paese non esisteva più) – scriverà, nel 1983, Ettore Serra in Il Tascapane di Ungaretti – ebbi il privilegio di conoscere il capitano, il bellissimo capitano, quello della Leggenda, alto più assai di noi, slanciato, biondo, di forme armoniose, sembrava un giovine Apollo e voleva un gran bene al suo fante-poeta”. Ecco, qui è riassunto un rapporto immortale tra il capitano pluridecorato e il soldato poeta. Non a caso la raccolta Sentimento del Tempo, pubblicata nel 1932, nella sezione Leggende, si apre con la poesia Il Capitano (1929), nella quale Ungaretti evoca la figura di Cremona e, pur senza mai nominarlo, lo rende immortale.

La tragica morte di Cremona aveva tracciato un solco profondo nell’animo del poeta, che lo testimonia in una lettera a Papini del 25 settembre 1917. Così scrive: “… Ho l’anima sciupata, il capitano di cui ti parlavo è rimasto ucciso, come temevo a quella notizia, ricordi? Un uomo gentile in meno sulla terra, e sono così rari”. E’ il 27 agosto 1917 alle porte del villaggio di Okroglo, tra le pietraie della Baisizza (ex Jugoslavia, oggi Slovenia), quando il capitano Cremona cade colpito dalle mitragliatrici nemiche in un ultimo gesto di coraggio. Le strade dei due amici si erano separate da qualche mese, Ungaretti era stato spedito in ospedale per il “piede da trincea”. Il dolore di Ungaretti si palesa anche in una lettera del 17 dicembre indirizzata al padre dell’amico capitano, Francesco Cremona, nella quale chiede l’autorizzazione a dedicare il suo libro Porto Sepolto, in seconda edizione, al suo capitano che aveva “amato subito di prim’anima”. “Il mio libro di desolazione – scrisse -, nato nella guerra, quasi sotto gli occhi di lui, i suoi chiari occhi, avrà così una visione di speranza”. La poesia nasce dopo. Ungaretti si propone di cantare il suo reggimento, incarnato nella figura del Capitano e lo anticipa a Papini nella lettera del 18 dicembre 1917: “Ho l’intenzione di raccontare la storia del vecchio 19, impersonata in una gentilezza, svanita nel silenzio, laggiù; la figura del Capitano Cremona”. E così fece, rendendo Nazzareno Cremona una leggenda della Grande Guerra, e dando al 19°, composto soprattutto da calabresi, un omaggio immortale.
Il Capitano era sereno.
(Venne in cielo la luna)
Era alto e mai non si chinava
(andava su una nube)
nessuno lo vide cadere
nessuno l’udì rantolare.
Riapparve adagiato in un solco,
teneva le mani sul petto.
Gli chiusi gli occhi,
(la luna è un velo).
Parve di piume.