L’ombra della ‘ndrangheta sulle elezioni di Vibo, candidati ed ex dirigenti di partito intercettati con i Piscopisani

Dal faldone dell’inchiesta “Rimpiazzo” emergono conversazioni bollenti tra esponenti della politica locale ed elementi di spicco della criminalità organizzata vibonese

Rischiano di essere pesantemente condizionate dall’ombra della criminalità organizzata le prossime elezioni amministrative di Vibo Valentia. Quando la campagna elettorale è quasi ai titoli di coda, dalle intercettazioni inserite nel faldone dell’operazione “Rimpiazzo” con la quale la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ha inferto settimane addietro un pesante colpo alla cosca dei piscopisani, vengono fuori conversazioni che lasciano più di qualche dubbio sull’autonomia della classe politica dallo strapotere dei clan.




Le intercettazioni che scottano. I dialoghi inquietanti vedono protagonisti un ex assessore, per anni ritenuto plenipotenziario del Pd a Vibo Valentia e di recente transitato nelle fila del centrodestra – coalizione per la quale ha messo in cantiere anche una lista – e un ex consigliere comunale, già vice capogruppo del Pd in seno a palazzo Luigi Razza nella passata consiliatura ed oggi candidato con una civica sempre nel centrodestra, dopo l’estromissione dal Partito democratico in seguito al “tradimento” delle elezioni provinciali. Rispetto al primo dei due, gli inquirenti scrivono che “Rosario Fiorillo (alias Pulcino), elemento di primissimo piano dei clan di Piscopio, mostra particolare interesse ed una particolare vicinanza al politico locale, in passato eletto per ben tre volte in consiglio comunale” dove ha ricoperto “anche la carica di assessore”. Secondo la ricostruzione degli investigatori il politico si dimostrerebbe molto ben disposto nell’intrattenere rapporti con Rosario Fiorillo, il quale non perderebbe occasione di fargli recapitare “regali di vario genere”. Conclusioni sconcertanti che gettano ombre pesanti sulla campagna elettorale in atto. Quanto al secondo elemento, le intercettazioni lo vedono chiamato in causa allorchè Benito La Bella, ritenuto vicinissimo ai vertici del clan dei Piscopisani, arrestato nell’operazione Rimpiazzo e scarcerato dal Tribunale del Riesame, “chiede informazioni in merito alle quote della banca quando si fa la fusione”. Il riferimento è alla fusione della Banca di Credito cooperativo di Maierato (all’epoca controllata da questo gruppo di potere) con quella di San Calogero, avvenuta qualche anno addietro. Al politico viene chiesto “se lui se le compra pure”. Domanda alla quale l’ex esponente dem, oggi candidato nella lista Città Futura, risponde affermativamente. “Comprando ste quote – spiega – si diventa socio e si hanno agevolazioni in prestiti bancari”.

Le reazioni. Rispetto a questo quadro fosco emerso dalle intercettazione dell’operazione antindrangheta della Dda di Catanzaro, il Partito democratico si è tirato ampiamente fuori. Lo ha fatto il consigliere regionale Michelangelo Mirabello che, al cospetto del procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, ha ribadito a più riprese: “Noi non vogliamo i voti della mafia né dei comitati d’affari presenti in altri schieramenti”. Sulla stessa lunghezza d’onda il commissario regionale del Partito democratico Stefano Graziano che ieri ha preso le distanze “dalle intercettazioni emerse in queste ore”. Lo stesso ha fatto il candidato a sindaco del centrosinistra Stefano Luciano che già giorni addietro aveva chiarito nel corso di un dibattito con le associazioni nella sede della biblioteca comunale: “Sappiamo bene dove ci sono le infiltrazioni e dove non ci sono. La città sa dove si trovano questi soggetti. Ci sono elementi strutturali che infiltrano il progetto politico alla radice. Da me questi soggetti non ci sono”.  E Maria Limardo in quella stessa circostanza aveva provato a rasserenare tutti: “Sulle liste – aveva chiarito  – credo di aver fatto un buon lavoro, sebbene noi non abbiamo gli strumenti di cui dispone l’autorità giudiziaria. Per me parla la mia storia personale e le battaglie che ho condotto a difesa della legalità”.

Il monito di Gratteri. Insomma, una campagna elettorale monotona, e in alcuni momenti anche abbastanza scialba, rischia di essere vivacizzata, alle ultime battute, su un tema, quello della pulizia delle liste, rispetto al quale il monito del procuratore distrettuale antimafia Nicola Gratteri era stato chiaro e, soprattutto, era giunto per tempo.