STORIE | Da Rufino a Niceta, sette secoli di vita della cattedra di Vibona

La diocesi, prima di rito latino e poi bizantino, fu attiva dal V al XI secolo, fino al trasferimento a Mileto nel 1081 disposto da papa Gregorio VII su richiesta del gran conte Ruggero il Normanno. La Cattedrale? Sorgeva sul luogo dell’attuale Duomo. Dal 1968 ha un vescovo titolare, ma non una sede

Una delle prima diocesi della Calabria è quella di Vibona. Secondo la tradizione, la chiesa vibonese viene fondata da san Pietro, che qui si fermò durante la sua predicazione. A parte la leggenda, sulla fondazione della diocesi esistono scarni documenti solo a partire dal V secolo d.C.. Come tutte le altre chiese di Calabria, la Diocesi di Vibo Valentia dipendeva in origine dal patriarcato di Roma e aveva lingua e rito latini. Durante la dominazione bizantina, nella complessiva riorganizzazione voluta dall’Imperatore d’Oriente, le chiese calabresi adottarono il rito e la lingua greca, e furono soggette al metropolita di Reggio e al patriarca di Costantinopoli. Della serie dei vescovi vibonesi conosciamo dodici nomi e non tutti certi. Sicuramente furono almeno il doppio, non fosse altro che essi devono coprire un arco di ben sette secoli. Sulla base dei dati a disposizione diventa impossibile anche provare a stilare una cronotassi un minimo attendibile di coloro che si sono succeduti sulla cattedra vibonese.

I VESCOVI CONOSCIUTI DI VIBONA. Il primo vescovo di cui si ha notizia, secondo la tradizione, sarebbe Somano o Romano, che partecipa al Concilio di Calcedonia nel 451. Vito Capialbi nel suo Memorie per servire alla storia della Santa Chiesa Miletese, invece lo ritiene della città di Bubone nella Licia e non di Vibona. Di certa attribuzione è, invece, Giovanni, documentato sul finire del V secolo. A Giovanni vescovo di Vibona scrive cinque lettere papa Gelasio I (deceduto nel 496 e proclamato santo). In una il pontefice gli chiede di regolare definitivamente il caso del cristiano Felice, sottoposto a giudizio. Successivamente lo incarica di visitare la chiesa di Squillace dove erano stati assassinati due vescovi e un usurpatore ne aveva occupata la sede. Giovanni prende parte, inoltre, al Concilio Romano indetto da papa Simmaco il 1º marzo del 499 per stabilire norme precise per l’elezione dei vescovi di Roma.
Papa Pelagio I nel 559 indirizza una lettera a Rufino, vescovo di Vibona, con la quale lo elogia per avere deposto dalla carica un sacerdote che in un eccesso d’ira aveva cavato l’occhio di un diacono e gli raccomanda di rinchiudere il colpevole in un monastero, e di non promuovere al sacerdozio il diacono.
Papa Gregorio Magno (590-604) dimostra particolare attenzione per la chiesa vibonese. Dal suo epistolario si possono ricavare i nomi di altri due vescovi, ai quali conferisce incarichi, per dirimere questioni di rilievo per la vita della chiesa calabrese. Rufino nel 594, viene incaricato da Massimiano di Siracusa, su richiesta del Papa, di verificare il testamento lasciato da Dolcino vescovo di Locri, contestato dal clero della città siciliana. Nel giugno 596, sempre Rufino è incaricato da Gregorio Magno di scegliere tra il clero della massa Nicoterana un sacerdote degno di sostituire temporaneamente il vescovo, all’epoca penitente per certe sue mancanze e trattenuto a Roma. Secondo alcuni storici Rufino II sarebbe una sola persona con l’omonimo dell’epistolario pelagiano, ma se così fosse avrebbe avuto una vita insolitamente lunga per un’epoca in cui le lotte per il potere erano all’ordine del giorno.
L’altro vescovo documentato dall’epistolario gregoriano è Venerio. Diretto successore di Rufino, con una lettera databile ad aprile del 599, viene incaricato dal pontefice di mettere a disposizione del suddiacono Sabino, rettore del patrimonio di San Pietro nel Bruzio, tutto l’occorrente per trasportare dai boschi delle Serre fino al mare i tronchi d’albero, che servivano a Roma per la costruzione delle basiliche di San Pietro e di San Paolo. Dello stesso periodo è la lettera con cui il vescovo di Vibona è incaricato da papa Gregorio di dirimere una lite sorta tra il vescovo Bonifacio di Reggio e il suo clero, mentre nell’anno 600 il Papa gli chiede di visitare le diocesi di Turio e Tauriana, rimaste senza vescovo, e di predisporre in modo di fare eleggere i successori.
Di altri vescovi sappiamo per la loro partecipazione ai vari Concili indetti in quell’epoca. Papinio (o Papiniano) partecipa a Roma, al Concilio Lateranense del 649, mentre Crescente (o Oreste) prende parte ai Concili del 679 e del 680 e sottoscrive gli atti subito dopo papa Agatone. Secondo gli storici monteleonesi Martire e Bisogni, a Crescente succede un tale Ercole, di cui non si sa altro.

IL PASSAGGIO AL RITO BIZANTINO E A COSTANTINOPOLI: A questo punto si perde ogni traccia degli altri vescovi, forse è in questo periodo che la diocesi passa sotto il patriarcato di Costantinopoli. Ad inizio del X secolo la diocesi vibonese è menzionata in una Notizia di Leone VI il saggio, promulgata sotto il patriarcato di Nicola I, come prima tra le suffraganee del metropolita di Reggio. Dalle fonti della chiesa d’Oriente si può desumere che la diocesi e la città sono ancora attive a cavallo dell’anno mille, nonostante le incursioni islamiche la mettano a dura prova. «È probabile che essa abbia subito un momento di grave crisi, peraltro non documentata dalle fonti, in concomitanza con le invasioni arabe che, soprattutto dalla fine del X secolo, dovettero toccare anche la città di Vibo», scrive Francesca Sogliani nel suo “Repertorio delle fonti scritte… di Vibo Valentia tra Tarda Antichità e Medioevo”.
Grave crisi, dunque, non vuol dire che la città e la sua diocesi si siano estinte, ma che sono sopravvissute nonostante le continue aggressioni provenienti dalla costa. Del periodo bizantino conosciamo i nomi di tre vescovi che attestano l’esistenza della diocesi dal VII al XI secolo. Stefano partecipa nel 787 al secondo Concilio di Nicea, Giovanni è noto soltanto grazie ad un sigillo episcopale, databile alla fine dell’VII secolo, mentre grazie a un diploma scritto in greco, scoperto assieme a molti altri nel fondo “Messina” dell’archivio Fondación Casa Ducal de Medinaceli di Toledo, databile verso il 1080, si conosce il nome di Niceta, che è probabilmente l’ultimo vescovo di Vibona. Infatti, l’anno successivo, il 4 febbraio, con la bolla Supernae miserationis, papa Gregorio VII dispone il trasferimento della sede vescovile da Vibona a Mileto, adempiendo così alla richiesta di Ruggero il Normanno.
Il trasferimento della sede episcopale viene giustificato, soprattutto dagli storici, con la decadenza e l’abbandono di Vibona; tuttavia, sappiamo che in quel periodo le istituzioni ecclesiastiche greche sono ancora attive ed anche la città è viva, sebbene non più con i fasti del municipio romano.
Il vero motivo del trasferimento è da rintracciare nella volontà di Ruggero di dotare la sua città, eretta a capitale della Contea, anche della sede del potere religioso sul territorio. A tale richiesta papa Gregorio non può che assentire, poiché con la conquista della Calabria, il Bosso ha sottratto le chiese calabresi alla dipendenza bizantina, restituendole alla chiesa romana. Di tutte le diocesi le uniche a subire il trasferimento e la soppressione sono Vibona e Tauriana che finiscono accorpate ed assorbite dalla nuova diocesi di Mileto, che per la sua estensione territoriale diviene tra le più grandi della Calabria e non viene sottoposta ad alcun metropolita, ma immediatamente soggetta alla Santa Sede.

DOVE SORGEVA LA CATTEDRALE VIBONESE? Non si sa con certezza dove era stata edificata la Cattedrale. Gli storici sono divisi, ma a chi scrive pare possibile affermare, alla luce dei ritrovamenti archeologici, che essa sorgeva sul luogo dell’attuale Duomo, dove era sicuramente attestata l’antica chiesa di Santa Maria Maggiore. Il ritrovamento, negli anni settanta, di una colonna con capitello e di recente, nella piazza intitolata a San Leoluca, di un battistero, tutti di epoca tardo antica (V- VI secolo), lasciano pochi dubbi in proposito. La Cattedrale venne edificata nel pieno dell’abitato della città di Vibona, attestata nella zona attorno a Sant’Aloe e Terravecchia. Solo la preesistenza di un edificio religioso importante e come tale riconosciuto dalla popolazione poteva giustificare la permanenza del Duomo lontano dalle mura della nuova Monteleone. Generalmente, infatti, nel medioevo ed anche nel rinascimento, il duomo viene edificato nel cuore delle città. Difficile aderire alla tesi di chi vuole che la Cattedrale sorgesse a Piscopio, non solo per la derivazione del nome da Episcopio, ma anche per il ritrovamento di un mosaico del V secolo che testimonia la presenza di un edificio, probabilmente un tempio o una tomba, di cui il mosaico segnava l’ingresso.

DIOCESI TITOLARE, ARCIVESCOVO ALDO CAVALLI. Oggi la Diocesi vibonese è stata ripristinata solo come titolare, cioè senza sede. Dal 1968 si sono succeduti tre vescovi: Andreas Rohracher (1969-1970), Luciano Angeloni (1970-1996) e Aldo Cavalli, dal 2 luglio 1996. Cavalli con il titolo di arcivescovo di Vibo Valentia è stato Nunzio Apostolico in Cile, Colombia, Malta, Libia ed attualmente dei Paesi Bassi.
Chissà che in Vaticano, a riconoscimento della fondazione attribuita a san Pietro e della storia della chiesa vibonese, non si faccia qualche pensierino per il ripristino della diocesi, seppure assieme a quella di Mileto – Nicotera e Tropea (con sede a Mileto) e con l’elevazione del Duomo di Santa Maria Maggiore e san Leoluca a Cattedrale.