Autobomba a Limbadi, la Direzione distrettuale antimafia chiude l’inchiesta: cinque indagati

Contestati agl indagati i reati di omicidio, tentato omicidio, con l’aggravante del metodo mafiosa detenzione illegittima dell’ordigno esplosivo, minaccia, ricettazione, detenzione abusiva di armi, lesioni personali, estorsione e rapina

Operazione demetra

Indagini chiuse da parte della Dda di Catanzaro nell’inchiesta sull’autobomba di Limbadi costata la vita a Matteo Vinci, il 9 aprile 2018. Il pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia Andrea Mancuso ha contestato a vario titolo agli indagati –  Domenico Di Grillo, Rosaria Mancuso, Vito Barbara, Lucia Di Grillo e Rosina Di Grillo – i reati di omicidio tentato e consumato, con l’aggravante del metodo mafioso, detenzione illegittima dell’ordigno esplosivo, minaccia, ricettazione, detenzione abusiva di armi, lesioni personali, estorsione e rapina.




Vito Barbara, Lucia Di Grillo e Rosaria Mancuso sono ritenuti, in concorso morale e materiale tra loro e con altri soggetti allo stato non identificati, quali ideatori e promotori dell’attentato dinamitardo che lo scorso 9 aprile è costato la vita a Matteo Vinci e il ferimento del padre Francesco. L’obiettivo – secondo quanto emerge dall’inchiesta– era quello di costringere i coniugi Francesco Vinci e Rosaria Scarpulla a cedere alle loro pretese estorsive. Per i carabinieri sarebbero i mandanti e, forse, anche gli esecutori. Avrebbero “collocato o concordato che altri la collocassero la radio-bomba al di sotto dell’autovettura Ford Fiesta di proprietà di Francesco Vinci condotta nell’occasione dal figlio Matteo facendola (ovvero concordando e disponendo che altri la facessero) successivamente esplodere”. La Direzione distrettuale antimafia ed in particolare il sostituto procuratore Andrea Mancuso che ha condotto le indagini contesta anche l’aggravante di aver commesso il delitto con premeditazione, per futili motivi ed abietti.

Le aggressioni e le minacce. Vito Barbara, Domenico Di Grillo, Lucia e Rosina Di Grillo, Rosaria e Salvatore Mancuso sarebbero poi gli autori di una serie di azioni esecutive che miravano allo stesso disegno criminoso ovvero costringere la famiglia Vinci a cedere il pezzo di terreno di loro proprietà in contrada Macrea a Limbadi. Per l’accusa sarebbero stati Lucia e Rosina Di Grillo, unitamente a Rosaria e Salvatore Mancuso ad aggredire Francesco Vinci e Rosaria Scarpulla il 29 marzo del 2014. Domenico Di Grillo, Rosaria e Salvatore Mancuso avrebbero perseguito l’obiettivo di ottenere quel terreno “con violenza e minaccia consistite nelle suddette condotte, nonché nella eloquente evocazione della propria caratura criminale e dei collegamenti tra loro stessi e la cosca Mancuso (in particolare con i fratelli di Rosaria Mancuso e Salvatore Mancuso, ossia Giuseppe Mancuso classe ’49 alias Mbrogghia, Pantaleone Mancuso, alias Ingegnere, Diego Mancuso, alias Mazzola, Francesco Mancuso alias Tabacco) quindi, con modalità tali da manifestare energica carica intimidatoria – anche alla luce della sottoposizione del territorio in cui detta richiesta veniva formulata all’influsso della notoria consorteria mafiosa dei Mancuso”. Domenico Di Grillo, Rosaria e Salvatore Mancuso avrebbero tentato di costringere i coniugi Vinci a cedergli il fondo del quale erano proprietari “senza alcuna altra giustificazione che non fosse quella dell’ubicazione dell’immobile all’interno di una zona sottoposta al controllo della famiglia Mancuso”.  Vito Barbara, Domenico Di Grillo e Rosaria Mancuso sarebbero gli autori di una seconda aggressione avvenuta nell’ottobre del 2017 mentre Francesco Vinci si trovava da solo in campagna. In particolare – secondo la ricostruzione dei carabinieri – sarebbe stato colpito al capo e al corpo con un’ascia (brandita da Domenico Di Grillo) ed un forcone (brandito da Vito Barbara) mentre Rosaria Mancuso li incitava gridando ‘Ammazzatelo! Ammazzatelo!”