STORIE | Antonino Anile, il poeta di Dio dimenticato dagli uomini e poco conosciuto dai vibonesi

Nato a Pizzo, studia a Monteleone e Napoli. Nel 1922 è Ministro della Pubblica Istruzione del Regno d’Italia. Nelle sue opere rivela una profonda religiosità e sensibilità. Ma oggi in pochi lo conoscono nella sua terra

Roma, 14 giugno 1920, alla stazione Termini si incontrano tre personaggi destinati a ricoprire lo stesso incarico di Governo negli anni a seguire: Benedetto Croce, Antonino Anile e Giovanni Gentile. Il filosofo abruzzese è stato chiamato da Giovanni Giolitti per diventare ministro della Pubblica Istruzione. E’ un periodo torrido per la storia d’Italia, D’Annunzio ha occupato Fiume e il movimento fascista è in prepotente ascesa. Anile si trova nella capitale perché eletto alla Camera dei Deputati ed è uno degli esponenti di punta del Partito Popolare di don Sturzo. Quell’incontro è una delle svolte della sua vita. Mancata la nomina a sottosegretario di Croce, a cui pure si era rivolto, Anile riceve l’incarico nel successivo governo Bonomi, per poi assumere la guida del dicastero della Pubblica Istruzione nei due governi Facta (dal 25 febbraio al 30 ottobre 1922), prima della presa di potere di Mussolini. Ma chi è Antonino Anile? Ancora oggi, nella sua terra, in pochi lo conoscono, malgrado la sua levatura culturale sia di una rara grandezza.

NATO A PIZZO, STUDIA A MONTELEONE E NAPOLI. Antonino Anile è calabrese, innanzi tutto. Nato a Pizzo Calabro il 20 novembre 1869 da Leoluca e Amalia Tozzi, piccoli commercianti originari di Briatico, quarto di undici figli, vive l’infanzia e l’adolescenza, pur nella precarietà economica, in un ambiente sereno e profondamente religioso. Dopo le scuole elementari nel suo paese, prosegue gli studi superiori al Real Collegio Vibonese “Gaetano Filangieri” di Monteleone (Vibo Valentia), dove nel 1888 consegue la maturità classica con ottimi voti in tutte le materie, tranne che in fisica. Subito dopo si trasferisce a Napoli dove studia Medicina per ottemperare al desiderio del padre, laureandosi nell’agosto 1894. Nello stesso anno riceve un’offerta di impiego da parte del comune di Filadelfia, ma egli preferisce l’impegno accademico ed accetta di diventare assistente, senza stipendio, di Giovanni Antonelli. Subito dopo ottiene la libera docenza in Anatomia Umana e la cattedra di Anatomia artistica presso l’Istituto di Belle Arti di Napoli, prima, e di Roma, poi. “Dal piede all’agile colonna dell’arto inferiore, al tronco arcuato e lungo il picciuolo del collo, al sommo capo, la figura del nostro corpo, il solo che sia eretto nello spazio, ha una sua bellezza al cui paragone nessun’altra forma vivente regge….L’uomo viene come ultimo canto del poema della creazione“, scrive nel suo “Le meraviglie del corpo umano”.
Nel 1911, a Parigi, sposa Maria Pekle, corsa di Bastia, che diviene non solo moglie ma anche preziosa collaboratrice. In una corrispondenza con Giuseppe Anselmi di Nicastro del 7 marzo confida: “Eccomi ammogliato e con una persona di una tale intellettualità e spiritualità che io non mi sento più solo e posso lavorare con maggiore lena”. E lei, a conferma di un legame profondo che va oltre la vita, scrive in una lettera del 21 gennaio 1949: “…i miei poveri occhi hanno molto pianto ed ormai sono annebbiati da un velo che si interpone tra me e la luce. Non si affievolisce, però, quella luce interiore che il mio dolce compagno seppe accendere nell’anima mia…“

LA POLITICA E DON STURZO. Subito dopo la fine della Grande Guerra, Anile si avvicina a don Luigi Sturzo, si iscrive al neonato Partito Popolare ed inizia la sua carriera politica. A novembre del 1919 viene eletto deputato nel collegio di Catanzaro. Alla Camera farà tre legislature, risultando rieletto nel 1921 e nel 1924. A Crotone, durante la campagna elettorale del 1921, esterna tutta l’amarezza sulla condizione di abbandono della sua terra: “…la nostra Calabria, dall’unità in poi, in circa un cinquantennio di vita nazionale, non solo è stata abbandonata a se stessa, ma costretta a subire una serie ininterrotta di violenze in ogni suo elementare diritto. A rompere questa muraglia di egoismi umani, che ci stringe da ogni lato e minaccia di soffocarci, noi dobbiamo riacquistare i nostri beni morali perduti… ”.
Su indicazione di don Luigi Sturzo, viene chiamato ad importanti incarichi di Governo, prima come sottosegretario e poi ministro della Pubblica Istruzione. Anile ha proposte interessanti per la scuola, un disegno di legge per l’istituzione dell’esame di stato per le scuole superiori (ripreso successivamente dalla Riforma Gentile), un altro per la libertà d’insegnamento, ma il governo Facta viene travolto dalla marcia su Roma e la sua opera si conclude dopo pochi mesi.
Il 28 ottobre 1922 i treni che trasportano le camicie nere verso la capitale vengono bloccati dall’esercito. Il governo Facta vara lo stato d’assedio, ma il re – dopo che gli ordini sono già stati impartiti a tutti i comandi militari – non firma il decreto. L’esecutivo si dimette, e Vittorio Emanuele incarica il leader della destra Antonio Salandra di formare il nuovo gabinetto, che poi finirà nelle mani di Mussolini, cui l’Anile, tra gli altri, voterà per la concessione dei pieni poteri. Nel 1923 viene nominato da papa Pio XI membro dell’Accademia pontificia dei Nuovi lincei.
Anile è tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti (1925), ma non per sincera convinzione, egli non condivide infatti l’orientamento dichiaratamente antifascista del suo partito. Dopo il delitto Matteotti, non si unisce agli aventiniani, ma si dimette dal Partito Popolare, dichiarando di accettare le condizioni poste da Mussolini, per questo non perde il mandato parlamentare; ma da lì a poco Anile preferisce ritirarsi dalla vita politica per dedicarsi alla scrittura. In questi anni diviene capo redattore della terza pagina de Il Popolo e collabora a Politica nazionale. Tra il 1924 ed il 1939, pubblica diverse opere, tra cui le sue raccolte di poesia più famose. Risalgono a questi anni I sonetti religiosi, Le ore sacre, l’Ombra della Montagna. Nel 1943 viene pubblicato postumo quello che viene definito il suo capolavoro ed il suo testamento letterario e spirituale: “Questo è l’Uomo” (Vallecchi, Firenze). Un volume che chiude il suo percorso di uomo e di pensatore, che richiama nel titolo l’Ecce Homo di Nietzsche, e nel quale Anile analizza il lungo cammino dell’uomo dalla cellula, attraverso la storia, fino all’uomo Cristo.
Medita di tornare in Calabria dopo una vacanza in Abruzzo, a Raiano, presso L’Aquila, per poter completare la sua opera “L’uomo qual è”; ma lo coglie la morte per una grave setticemia e qui viene sepolto. L’11 maggio 1952 il suo corpo viene traslato a Pizzo e, previa autorizzazione di papa Pio XII, sistemato in un loculo nel duomo di San Giorgio alla presenza di Alcide De Gasperi.

SCIENZIATO E POETA ALLA RICERCA DI DIO. La sua opera di scienziato e di docente è documentata, oltre che da due trattati di anatomia umana, da ricerche sulle ghiandole duodenali, sui gangli nervosi e sulle localizzazioni cerebrali (Bologna 1925). Con la sua opera di divulgazione scientifica, in contrapposizione al positivismo materialista e immanentista, Anile cerca di dare una visione spiritualistica, coerente con i principî del cattolicesimo. L’indagine scientifica viene, infatti, da lui considerata come un mezzo per accostarsi a Dio e riconoscerne l’opera creativa. La stessa intuizione e visione che caratterizza tutta la sua opera poetica, che rimane estranea alle correnti letterarie di inizio novecento, ma in cui è possibile rintracciare qualche reminiscenza di Pascoli o Carducci; sebbene questi siano “gli anni, per citare i maggiori, di Saba, di Ungaretti, di Montale, autori che avevano rinnovato la lingua poetica italiana… per la poesia aniliana questi autori non hanno alcuna incidenza. Il poeta di Pizzo era fedele al sistema poetico ottocentesco…”, così scrive di lui Giacinto Namia. Mentre Ninì Rotolo nel suo “Omaggio ad Antonino Anile” aggiunge: “leggere la sua poesia è come percepire un’eco di suoni che via via si dilatano e s’effondono all’infinito….…è come scorgere una luce che all’improvviso baleni la scoperta di un’armonia cosmica…”.
Per la sua costante ricerca religiosa, fedele al cattolicesimo, che ha sposato integralmente e ha caratterizzato la sua vita quasi da francescano laico, Antonino Anile viene appellato “il Poeta di Dio”, dal suo amico e studioso Vito Galati nell’epitaffio scritto sulla lapide della sua tomba.

RISCOPRIRE ANILE. Resta da capire come mai, considerata la personalità e la sensibilità di intellettuale attivo e versatile, la sua figura – a parte qualche convegno o richiamo di comodo in depliant turistici – sia quasi dimenticata in ogni parte della Calabria. L’occasione per rifarsi è la ricorrenza del 150.mo anniversario della sua nascita, che ricorrerà il prossimo 20 novembre. Basterà per rendergli merito e la giusta attenzione? Forse, come ha azzardato qualcuno, con una tesi non condivisibile in toto, non avendo fatto favori a nessuno, non avendo coltivato clientele e essendosi ispirato sempre e solo alla religione, era forse destino che l’oblio delle menti si impadronisse del suo nome nella sua terra. “Scrupoli morali – si disse – gli impedirono persino di aiutare i suoi più intimi amici… l’onesto non era da lui valicabile… così non concepiva nemmeno che si potessero conferire incarichi ad amici sfuggendo al giusto controllo legale” (Vito Giuseppe Galati, A. Anile, Edizioni Paoline, 1952).