STORIE | Il vibonese Aldo Borelli, megafono del fascismo o giornalista galantuomo?

Nato a Monteleone, diresse la Nazione e il Corriere della Sera, dove lanciò – tra gli altri – Indro Montanelli e Dino Buzzati

“Borelli giunse al giornale nel tardo pomeriggio del 26 luglio, venendo da Roma… Gli eravamo intorno tutti. Gran silenzio, grande imbarazzo, Capimmo che non si era reso conto che la situazione era cambiata. Credeva di poter fare finalmente un giornale libero, un giornale senza veline. Cominciò a impartire disposizioni ai redattori-capi che lo ascoltavano perplessi. Fu un momento di imbarazzo… Finché Bruno Fallaci prese coraggio e brutalmente, con freddezza toscana, gli disse: «Direttore, lei il giornale non lo fa più!». Non c’era nessuna revanche, nessuna animosità nei confronti del direttore galantuomo: solo la constatazione della nuova realtà. Borelli si accasciò sulla poltrona pallidissimo…”. Così Gaetano Afeltra ricorda quella giornata del 1943 in cui si conclude la lunga carriera di Aldo Borelli alla guida del Corriere della Sera, dove si era insediato il 1° settembre 1929.

Le origini vibonesi. Aldo Borelli, di Monteleone (Vibo Valentia), dove era nato il 2 febbraio 1890, avrebbe dovuto immaginare che la sua accondiscendenza al regime fascista era adesso la pietra tombale della sua direzione al Corriere. Nel 1906 aveva lasciato la Calabria, per trasferirsi a Roma. Nella Capitale fa il suo esordio nel giornalismo come redattore del quotidiano romano L’Alfiere. Nel 1912 diviene corrispondente de Il Mattino, facendo propria l’impostazione antigiolittiana e antisocialista del giornale. Il 10 marzo 1915 assume la direzione della Nazione. Siamo alla vigilia della Grande Guerra, fino ad allora il giornale fiorentino era schierato per il neutralismo giolittiano, Borelli lo traghetta sul fronte interventista. Il triennio bellico vede rifiorire le fortune della Nazione con largo spazio alle corrispondenze di guerra e la pubblicazione di edizioni provinciali, il giornale conosce un crescente successo. Questa abilità ed intelligenza giornalistica lo porta alla guida del Corriere della Sera.



Gli anni al Corriere. Borelli è un giornalista di razza, creativo, ingegnoso, aperto, anche se limitato nella sua attività (più di una volta si lamenta della egemonia della agenzia Stefani) riesce a difendere un barlume di libertà per i suoi collaboratori, dando spazio a tutta una serie di giovani giornalisti che diverranno il nerbo della grande stampa di informazione dell’Italia post-fascista, come Arturo Lanocita, Michele Mottola, Dino Buzzati, Guido Piovene, Gaetano Afeltra, Luigi Barzini e Indro Montanelli. Borelli sa che all’interno del giornale c’è un nucleo antifascista e che fa? Lo “copre” e lo protegge, come ricorderà in seguito Afeltra. E’ già tanto in un periodo in cui tutto è filtrato dalle veline che impongono persino titoli e collocazione degli articoli del regime su tutti i giornali. Nel 1942 assume anche Corrado De Vita, scrittore, che diverrà una delle figure di spicco della Resistenza, ma sul lavoro redattore diligente e disciplinato. Borelli lo sapeva, sapeva quali pesci avesse in barca e il giovane Montanelli lo ammirava e lo temeva. Nell’articolo sulla morte di Borelli, pubblicato sul Corriere della Sera il 3 agosto 1965, darà atto della sua indole e della sua professionalità. “Borelli era consapevole che il suo telefono era sotto controllo, lo usava spesso per fare scenate ai giornalisti a conferma della sua autorità – scrive Montanelli – e a volte non nascondeva di essere consapevole delle menzogne imposte dal regime”.

Tra giornalismo e fascismo. Borelli deve ingegnarsi, e si ingegna, a dare spazio alla creatività sia quando deve mantenere il livello culturale del giornale, sia quando deve difendere i suoi giovani redattori. E’ lui a coprire i pochi non in possesso della tessera fascista, dimostrando lungimiranza e professionalità. Sotto la sua direzione il Corriere si modernizza e acquista un volto nuovo più fresco ed accattivante: viene adottata l’impaginazione a nove colonne e aumentate le foto, la vecchia tipografia di via Solferino viene dotata di moderne rotative. In un periodo in cui la situazione politica limita enormemente gli argomenti che il giornale può trattare con sufficiente libertà, Borelli decide di incrementare i servizi dall’estero, compresi i resoconti di viaggi, e la pagina sportiva. Anche la terza pagina riceve attente cure. Sono tante le firme di prestigio che egli chiama a collaborare, scrittori, intellettuali e studiosi di vario indirizzo (Baldini, Bontempelli, Brancati, Cecchi, Pasquali, Volpe) che ne fecero una vera e propria istituzione culturale. In politica estera, nonostante le direttive del regime, il Corriere è sempre più sobrio di tutte le altre testate nazionali ed in più Borelli sa garantire anche ad antifascisti e moderati una collaborazione discreta che li salva dalla miseria.

Due aneddoti. Un indice del suo modo di essere emerge in due episodi. Il primo è quando si schiera con  Augusto Turati che, caduto in disgrazia nell’autunno 1930, viene costretto ad abbandonare la segreteria del partito fascista ed inviato in esilio a Rodi. Borelli solidarizza con lui e alla fine del 1930 pubblica alcuni suoi articoli su argomenti sindacali, attirandosi i rimproveri delle più alte gerarchie fasciste. Il secondo quando difende a spada tratta Curzio Malaparte, arrestato nel 1933 dal regime, e riesce ad affidargli una rubrica seppure sotto lo pseudonimo di Candido. Non è un caso che nelle informative di polizia, viene segnalato come un liberaloide.
Si sposa nell’ottobre 1935 con la danzatrice Evgenija Ruvscenko, nota con lo pseudonimo Jia Ruskaja, fuggita dalla Russia dopo la rivoluzione d’ottobre e di dodici anni più giovane. Appena fresco di nozze, Borelli parte per l’Etiopia, dove partecipa alle ostilità con il grado di sottotenente di artiglieria; presente alle battaglie di Debri Hotzà e dell’Endertà, nel luglio 1936 viene promosso tenente per merito di guerra.

Il dopoguerra. Alla caduta del fascismo per molti mesi rimane nascosto in un convento a Roma. Dopo la Liberazione viene colpito da mandato di cattura, ma viene in seguito amnistiato. Il dopoguerra lo vede ancora impegnato nell’attività editoriale e giornalistica: direttore amministrativo del quotidiano romano Il Tempo fino al 1948, diviene poi capo dell’ufficio romano del settimanale Epoca e in seguito del settore periodici Mondadori; dal 1955 al 1958 è direttore della Cines e assume, infine, la presidenza del gruppo editoriale Giornale d’Italia – Tribuna. Muore a Roma il 2 agosto 1965.

Il ricordo di Indro. Così lo ricorda Indro Montanelli, la cui carriera inizia proprio con Borelli il 9 settembre 1938: “Un uomo d’oro, bravo, dal cuore grande così, talmente irsuto che doveva spostare i peli con un soffio per vedere il quadrante dell’orologio. Difese tutti i suoi redattori antifascisti, ma di questo nessuno gliene fu mai grato”.

FOTO TRATTE DAL CORRIERE