Omicidio Di Leo a Sant’Onofrio: chiesta la conferma a 30 anni per il presunto killer Fortuna

Ad incastrare l’imputato dei guanti di lattiche che comparati con il suo dna hanno consentito agli inquirenti di fare quadrato sul delitto commesso nel 2004

Conferma della condanna a 30 anni di reclusione. E’ quanto ha chiesto il sostituto procuratore generale nei confronti di Francesco Fortuna, 39 anni, ritenuto esponente di spicco del clan Bonavota di Sant’Onofrio e accusato di essere uno dei killer che nella notte tra l’11 e il 12 luglio del 2004 uccise a colpi di pistola, fucile e kalashnikov Domenico Di Leo, detto Micu ‘i Catalanu. Il verdetto della Corte d’assise di appello di Catanzaro arriverà il prossimo 27 febbraio al termine delle repliche degli avvocati della difesa, Salvatore Staiano e Sergio Rotundo.

Francesco Fortuna

L’inchiesta. Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Giovanni Bombardieri sono partite dal taglio di mille ulivi risalente al 2011 a titolo di estorsione ai danni di una cooperativa con scopi benefici gestita anche da religiosi a Stefanaconi, conclusasi con l’arresto dei vertici del clan dei Bonavota. Ma ad incastrare Fortuna, finito in manette il 13 gennaio 2016, sono stati dei guanti di lattice che comparati con il suo dna hanno consentito ad inquirenti e investigatori di fare quadrato su un omicidio efferato, dove all’epoca dei fatti furono trovati ben 45 bossoli di fucile, pistola e kalashnikov. All’arresto hanno anche contribuito le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Raffaele Moscato che ha raccontato come Fortuna era solito nascondere in tasca i mozziconi di sigaretta perché nessuno potesse risalire al suo dna. L’attività di indagine ha permesso di ricostruire tutta la vicenda che ha portato all’eliminazione di Di Leo, divenuto “pedina” scomoda per il suo clan.

Il movente del delitto. Non sarebbe stato un unico movente a determinare l’omicidio: le frizioni che, in quel determinato periodo storico, erano emerse all’intero del clan Bonavota e che portarono all’eliminazione di diversi suoi componenti e il fatto che Di Leo avrebbe offeso uno dei Bonavota, intrattenendo una relazione sentimentale con la cugina, sarebbero stati solo alcuni dei motivi per i quali Di Leo andava fatto fuori. Alla base del delitto c’erano molto di più, c’erano interessi economici e per gli inquirenti determinante sarebbe stato l’episodio che si era verificato nella zona industriale di Maierato immediatamente prima dell’omicidio, quando Di Leo aveva “cacciato” gli operai che, per conto di Domenico Bonavota, dovevano effettuare gli scavi per la realizzazione di un bar nella zona industriale di Maierato, da intestare alla moglie di Nicola Bonavota e Rosa Serratore. La vittima, inoltre, era ritenuta responsabile del collocamento di un ordigno che aveva distrutto una concessionaria di autovetture ubicata allo svincolo autostradale di Sant’Onofrio. E poi c’era il timore che Di Leo potesse porre in essere azioni nei confronti di altri esponenti del clan, in ragione della sua caratura criminale e della “voglia” che stava maturando di imporsi nell’ambito della consorteria e sul territorio.