Il debutto di Emanuele Mancuso nell’aula bunker di Vibo: “Ecco perché mi sono pentito”

L’ex rampollo dell’omonimo clan di Limbadi spiega le ragioni che lo hanno portato a tradire la famiglia e a collaborare con la Giustizia

Prime dichiarazioni nell’aula bunker del tribunale di Vibo Valentia del pentito Emanuele Mancuso che ha spiegato le motivazioni che lo hanno portato a staccarsi dall’omonima famiglia mafiosa e a iniziare a collaborare con la giustizia. Il processo, per come riportato oggi da “il Quotidiano del Sud”, vede imputato il cugino Domenico Mancuso è uno stralcio dello storico processo “Dinasty” (2003 l’operazione). Il teste era collegato in conferenza audio-video da un sito protetto: “Ho iniziato a collaborare a causa di una divergenza all’interno della famiglia con riferimento all’inchiesta “Nemea” (contro il clan Soriano in cui lui faceva da tramite tra lo zio Luigi e Leone Soriano, ndr). Una vicenda nell’ambito della quale mi sono sentito usato dai miei congiunti”. A pesare, inoltre, sulla sua decisione anche il rimorso per “le azione criminose commesse” e la nascita della sua bambina, avvenuta il 25 giugno del 2018.




In riferimento alle divergenze ha affermato: “Mi ero messo – riporta ancora il “Quotidiano del Sud” – in mezzo ad una situazione che non era di mia competenza, nel senso che mi trovavo dentro una vicenda estorsiva ai danni di Castagna e io non avevo alcun titolo per mediare tra Leone Soriano e la mia famiglia. Poi ho commesso altri reati: rapine, furti, estorsioni, spaccio e traffico di droga”. Quindi la chiosa: “Non sono stato io a tradire la ‘ndrangheta e stata la ‘ndrangheta a tradire se stessa”.