Nel corso della notte sono state perquisite quindici case, tutte di calabresi residenti a Pesaro. I carabinieri sono alla ricerca delle armi che hanno usato i killer per compiere l'agguato costato la vita a Marcello Bruzzese, 51 anni, fratello del collaboratore di giustizia Biagio Girolamo Bruzzese. Al setaccio sono state passate anche le abitazioni della famiglia Crea di Rizziconi. E infatti, il sospetto degli inquirenti è che l'ordine di vendetta sia partito proprio dalla punta dello Stivale. Ma le indagini si concentrano sui video. Almeno quattro di capitale importanza sarebbero nelle mani degli investigatori. Si tratterebbe di immagini registrate da telecamere private e comunali che riprendono i sicari mentre camminano nelle ore precedenti all'omicidio sia nel Corso che in via Bovio. Non si riconoscono in volto ma le tecniche per la ricostruzione somatica dei volti in base ai dettagli può consentire di dare una fisionomia a quelle ombre. E’ certo che Marcello Bruzzese, 51 anni, calabrese di Rizziconi, in provincia di Reggio Calabria, fosse tornato a Pesaro dalla Francia esattamente il 22 dicembre.

Il sindacato di polizia penitenziaria. Intanto arriva la denuncia di Aldo di Giacomo, segretario generale del Sindacato di polizia penitenziaria. "L'agguato e l'uccisione a Pesaro di Marcello Bruzzese, 51enne fratello del collaboratore di giustizia Biagio Girolamo Bruzzese, e' l'ennesimo campanello d'allarme: gli uomini di comando della 'ndrangheta fanno partire gli ordini dalle carceri". Il tutto "dopo il recente blitz con l'arresto di esponenti di spicco delle famiglie della 'ndrangheta crotonese e che e' arrivato sino al Sud America buona parte dei "capo famiglia" sono finiti dietro le sbarre ed e' da qui che continuano a svolgere compiti criminali di controllo dei territori oppure di assassinii per dare il segno della loro forza e presenza impartendo ordini agli uomini in libertà".

La falla. "Dunque il problema non e' solo la gravissima "falla" che si e' verificata nel sistema di protezione del collaboratore di giustizia ma bisogna svolgere indagini anche nella sorveglianza delle celle persino degli istituti di massima pena dove sono detenuti quanti sottoposti al 41 bis. E' da tempo che mettiamo in guardia il Ministero di Grazia e Giustizia, l'Amministrazione Penitenziaria, gli inquirenti, i comandi delle forze dell'ordine: il contrasto alla criminalita' organizzata, oltre che attraverso inchieste ed operazioni che colpiscono ripetutamente 'ndrangheta, mafia, camorra, sacra corona unita va attuato anche nelle carceri. Accade invece che i Ministri Bonafede (Giustizia) e Salvini (Interni) si occupano solo di tenere il conto degli arresti sino ad annunciare, irresponsabilmente, come fa Salvini che la mafia tra qualche mese sara' distrutta. Da tempo abbiamo messo sul chi va la' l'Amministrazione Penitenziaria e la magistratura: le operazioni di reclutamento di nuova manodopera criminale avvengono proprio in cella ad opera di capi clan che continuano a dare ordini all'interno e all'esterno delle carceri. Del resto, non e' un caso che lo scorso anno il numero totale di cellulari e sim ritrovati nei 190 istituti italiani e' di 337. Quasi due per ogni carcere. Con un aumento del 58,22 per cento rispetto al 2016 (quando i cellulari e/o sim rinvenuti furono 213). Anche per questo insistiamo a non assumere atteggiamenti 'buonisti' e permissivi nei confronti dei detenuti sottoposti al 41 bis magari con l'illusione di bloccare i "pizzini" e gli ordini che i boss dalle celle impartiscono comodamente con il telefonino. A 25 anni dalla introduzione del regime carcerario duro per i boss il problema centrale - dice ancora Di Giacomo - non e' certo quello di regolamentare e uniformare in tutti gli istituti penitenziari la reclusione dei 728 detenuti ad oggi sottoposti al 41 bis, quanto, piuttosto, almeno per noi, e' garantire che il regime carcerario non diventi 'piu' comodo'. Si metta piuttosto in condizione il personale di Polizia Penitenziaria di fare il proprio lavoro in piena sicurezza dotandolo di strumenti adeguati".