Donna sequestrata a Vibo, arrestati i presunti aguzzini: "Seviziata per più di 17 ore" (FOTO-VIDEO)
Rinchiusa in un capannone, legata ad una canna fumaria per la tostatura delle nocciole, colpita con bastoni di legno e spranghe di ferro, calci, pugni. Lasciata senza cibo ed acqua per quasi un giorno. E' l'incubo durato più di 17 ore in cui è piombata una 40enne di Rombiolo sequestrata e picchiata dal compagno e dai suoi fratelli che non volevano in casa i due figli avuti da due precedenti relazioni. I tre presunti aguzzini hanno un nome ed un cognome. Si tratta di Luca Lo Bianco, 47 anni (il compagno della vittima), Antonio Lo Bianco, 41 anni, e Salvatore Lo Bianco di 36 anni, tutti di Vibo Valentia e destinatari di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del Tribunale di Vibo ed eseguita dai carabinieri della Compagnia di Vibo Valentia.
Sequestrata, incatenata e picchiata. L’intera vicenda trae origine dalla denuncia sporta presso i carabinieri del Comando Stazione di Rombiolo, la mattina dello scorso 23 settembre da parte di un giovane di 20 anni, per la presunta scomparsa della madre. Ricevuta la segnalazione, i militari avviavano subito le ricerche attivando la Stazione carabinieri che ha competenza sul Comune di Jonadi, ultimo domicilio comunicato al figlio da parte della madre. Per rendere più speditive le ricerche, i carabinieri di Filandari contattavano telefonicamente il convivente della vittima il quale, durante la conversazione, si dimostrava stranamente poco interessato alla vicenda. I militari, insospettitisi, decidevano quindi di raggiungere l'abitazione, trovandosi innanzi ad una situazione poco chiara: l’uomo contattato poco prima telefonicamente, stava trasportando a bordo della propria vettura proprio la donna che gli inquirenti stavano cercando. Impacciato e colto di sorpresa, spiegava ai carabinieri che, dopo la loro telefonata, si era messo alla ricerca della compagna e la aveva ritrovata fortuitamente riversa per strada in stato di semi coscienza, con evidenti ecchimosi sul volto. Precisava che la stava trasportando in ospedale a Vibo. La donna, immediatamente posta in codice giallo dai medici del pronto soccorso, presentava tumefazioni e lividi sparsi su tutto il corpo, aveva profondi solchi sui polsi e sulle caviglie quali evidenti segni di legatura ed era scalza. All’interno della sala d’attesa, giungevano contemporaneamente anche i numerosi familiari della vittima che alla vista del compagno della stessa andavano in escandescenza; l’intervento di equipaggi di carabinieri e polizia di Stato ha avuto l’effetto di riuscire a tranquillizzare gli animi.



Le indagini. Sul posto interveniva, vista l’anomala situazione, anche il comandante di Compagnia che compresa la gravità della situazione richiedeva l’immediato intervento del Nucleo Operativo per sviluppare le indagini. La donna dichiarava al comandante del Nucleo Operativo di essere stata prelevata per strada e trasportata in un capannone agricolo dove veniva picchiata e seviziata. Partendo dalle sue dichiarazioni i carabinieri avviavano serrate indagini eseguendo una serie di perquisizioni su luoghi e veicoli che erano stati potenzialmente utilizzati per compiere il delitto. Venivano rinvenute due corde, un rotolo di nastro da pacchi verosimilmente utilizzati dagli autori per immobilizzare la vittima ed impedirle di parlare. Le ricerche venivano estese anche nei magazzini nella disponibilità della famiglia del compagno della donna dove venivano ritrovate anche le scarpe della vittima. Le prove raccolte e alcune dichiarazioni di testimoni - riferite a momenti antecedenti al sequestro - permettevano di ricostruire l’intera vicenda: il convivente della malcapitata, Leoluca Lo Bianco, unitamente ai propri fratelli Antonio e Salvatore, venivano quindi identificati quali responsabili della triste storia.
Il movente. I carabinieri hanno quindi ricostruito nei dettagli ciò che è successo il quel drammatico 22 settembre. Durante il primo pomeriggio, mentre la donna era in auto con il convivente, riceveva la chiamata sul cellulare dal figlio 20enne. Questi le riferiva di essere molto preoccupato poiché pedinato dai fratelli del Leoluca Lo Bianco. Terminata la conversazione telefonica il figlio perdeva le tracce della madre. Da quel momento in poi i carabinieri hanno ricostruito che a seguito della telefonata scaturiva una accesa discussione con il compagno, motivo per il quale la donna veniva successivamente rinchiusa in un capannone da parte dei tre uomini, costretta mediante delle corde ad una canna fumaria per la tostatura delle nocciole, colpita con bastoni di legno e spranghe di ferro, calci, pugni, e lasciata senza cibo ed acqua fino al pomeriggio successivo, allorquando il compagno, spiazzato dalla convocazione in caserma fatta dei carabinieri di Filandari decideva di liberarla inscenando una prestazione di soccorso in suo favore. "Il movente dell’azione criminosa è da ricondurre - spiegano i carabinieri - alla contrarietà del compagno della donna e dell’intera famiglia Lo Bianco, ad avere in casa i 2 figli della vittima, avuti da 2 precedenti relazioni".
https://youtu.be/xOXJsTOElzA
