Maxi-operazione tra la Toscana, Lamezia e Gioia: 27 arresti e 163 persone indagate
Coinvolti imprenditori, commercialisti, faccendieri, prestanome e anche numerosi personaggi contigui alla criminalità organizzata di tipo mafioso
Commercialisti, imprenditori, faccendieri, prestanome. Sono le figure finite nella rete dei carabinieri e della guardia di finanza nell'ambito dell'operazione congiunta di carabinieri e guardia di finanza condotta tra la Toscana e la Calabria. Individuata e smantellata una struttura delinquenziale composta da professionisti operanti in vari settori economici. Imponenti i numeri dell'inchiesta: 163 persone indagate, 28 provvedimenti cautelari (due in carcere, venticinque ai domiciliari e un obbligo di dimora), 36 milioni di euro confiscati e otto aziende messe sotto sequestro.
Arresti a Gioia Tauro e Lamezia. I militari del Comando provinciale dei carabinieri e della guardia di finanza di Pistoia hanno eseguito due ordinanze di custodia cautelare non solo in Toscana, ma anche in Calabria e, più nello specifico, a Gioia Tauro e a Lamezia Terme dove si trovano domiciliate alcune delle ventisette persone raggiunte dal provvedimento restrittivo. Le accuse vanno dall'associazione per delinquere finalizzata all'intestazione fittizia di beni, auto-riciclaggio, bancarotta fraudolenta, usura, estorsione, assunzioni fittizie finalizzate alle truffe in danno dello Stato, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, evasione d’imposta e false fatturazioni. Due dei destinatari delle misure sono stati trasferiti in carcere, venticinque agli arresti domiciliari e uno è stato sottoposto all’obbligo di dimora. Ad uno dei due destinatari, personaggio centrale in entrambe le indagini, sono state applicate entrambe le ordinanze emesse dal Gip. Ventitré misure cautelari sono state eseguite dai militari dell’Arma nell’ambito di entrambi i procedimenti e cinque dal personale della Guardia di Finanza nell’ambito dell’indagine “Amici nostri”. Eseguite anche 41 perquisizioni locali e domiciliari, finalizzate alla ricerca di materiale informatico e cartaceo, idoneo a corroborare ulteriormente le ipotesi accusatorie.
"Amici nostri" e "Pluribus". Due indagini distinte, convenzionalmente denominate “AMICI NOSTRI” e “PLURIBUS” sono poi confluite in un unico procedimento penale nel cui ambito hanno svolto sinergiche investigazioni il Nucleo Investigativo del Reparto Operativo del comando Provinciale carabinieri e il Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Pistoia, denunciando complessivamente 163 persone. I carabinieri hanno avviato le indagini nell’aprile del 2015, concentrando la loro attenzione sull’operato di alcuni commercialisti della provincia e sugli imprenditori a loro collegati mentre le Fiamme Gialle, dal gennaio dello scorso anno, anche sulla scorta di spunti investigativi precedentemente acquisiti, hanno svolto sinergici e mirati accertamenti di polizia economico-finanziaria sul loro conto. Nel corso dell’operazione è stato eseguito il sequestro preventivo ai fini della confisca di otto aziende, con sedi ubicate nei Comuni di Pistoia, Buggiano (PT) e Montelupo Fiorentino (FI), operanti nei settori della ristorazione, movimento terra, edilizia, vendita di tabacchi,il sequestro preventivo al fine della confisca “per equivalente” di beni immobili e mobili registrati nonché di conti correntie depositi bancari/postali per un ammontare complessivo di circa 36milioni di euro.
La struttura. Le investigazioni congiunte hanno consentito di individuare una struttura delinquenziale composta da imprenditori, operanti in vari settori economici, organizzata anche con l’ausilio di commercialisti. La stessa si adoperava -allo scopo di agevolare alcuni clienti imprenditori, attivi nella provincia di Pistoia -nelle commissioni di delitti di bancarotta fraudolenta, evasione fiscale ed elusione fiscale, nonché illecito impiego di capitali, trasferiti anche all’estero in ragione di circa venti milioni di euro, perpetrati per almeno dieci anni, arrecando un danno complessivo (nei confronti dei creditori terzi e dell’Erario) pari a oltre cinquanta milioni di euro. Le imprese coinvolte venivano fraudolentemente “svuotate” delle proprie risorse aziendali, attraverso il depauperamento dell’attivo, determinandone l’insolvenza ed, in alcuni casi, il fallimento. Inoltre nel corso delle indagini è stato accertato che quanto fraudolentemente distratto veniva illecitamente reimpiegato/riciclato in nuove realtà imprenditoriali che, di fatto, subentravano alle imprese fallite o insolventi e ne proseguivano l’attività, anche attraverso “prestanome”. Nel porre in essere tali fatti illeciti, alcuni soggetti responsabili (consapevoli di essere probabili destinatari di misure di prevenzione patrimoniale da parte dell’A.G.) trasferivano fittiziamente a “teste di legno” i beni che -di fatto - rimanevano nella loro effettiva disponibilità affinché, con la “consulenza” di professionisti contabili, si potesse trarre il maggior illecito vantaggio economico, avvalendosi anche di tecniche di riciclaggio e di auto-riciclaggio.
